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Un fisco equo è contro gli evasori

del 19/05/2010
di: di Marino Longoni
Un fisco equo è contro gli evasori
Tagliare le imposte? Adesso è impossibile. I dottori commercialisti si sono messi a spulciare con attenzione i conti dello stato. E ne hanno tratto alcune certezze: da una parte non si può pensare di aumentare ulteriormente il carico fiscale, che supera già il 50% del reddito. Dall'altra invocare la riduzione del carico fiscale in questo momento è pura demagogia. I risultati del lavoro affrontato nei mesi scorsi dal Consiglio nazionale saranno illustrati al congresso nazionale che si tiene oggi a Roma. ItaliaOggi ne ha parlato con il presidente Claudio Siciliotti.

Domanda. Presidente, qual è il vizio di fondo dei conti pubblici italiani?

Risposta. Indubbiamente è il vincolo costituito da una spesa pubblica debordante. Quello che è certo è che non tutte le difficoltà attuali sono figlie del passato lontano. Anche dopo il 1993, ossia nella seconda repubblica ascrivibile all'attuale generazione di cittadini e classe politica, si è continuato a fare debito, tanto che, secondo le nostre stime, il 20,93% del debito pubblico che risultava alla fine del 2008 è da imputarsi proprio agli anni successivi al 1993.

Ci lamentiamo perché l'euro ci ha privato della possibilità di fare le svalutazioni monetarie competitive, ma dimentichiamo che, proprio grazie alla stabilità garantita sino a oggi dall'euro, dal 1997 in poi abbiamo risparmiato circa 30 miliardi di euro all'anno di interessi passivi. Un risparmio che abbiamo malamente «investito» in altre voci della spesa corrente, a cominciare da quella sanitaria e quella nelle pensioni.

D. Ma se le imposte non si possono aumentare e la spesa è difficile da controllare, come se ne esce?

R. Con una seria politica di lotta all'evasione, fondata su due capisaldi: redditometro e lotta ai paradisi fiscali. Possiamo rivendicare un primato sul redditometro e in questi giorni molti ci hanno dato ragione: era nel nostro programma due anni e mezzo e fa, già allora dicevamo che lo strumento andava raffinato. Ed è quello che ora si sta facendo. Adesso anche i fiscalisti di sinistra riconoscono le nostre ragioni, tanto che Stefano Fassina parla di studi di settore da abolire e di ritorno del redditometro. Contro i paradisi fiscale: è ovvio che non ci può essere un'economia globale governata con regole locali. In ogni caso è finita l'epoca quella nella quale si poteva vivere sopra i propri mezzi: è quello che ci insegna la crisi finanziaria e la difficoltà delle banche e di alcuni paesi europei.

L'unica strada realisticamente percorribile è la razionalizzazione della spesa pubblica, anche perché bisogna rassegnarsi alla fine del mito della crescita economica e demografica che fino a oggi ha consentito di giustificare i buchi di bilancio anche più consistenti

D. Cambiamo argomento. Anche questa legislatura sarà caratterizzata dal tentativo, l'ennesimo, di una riforma delle professioni. Ma qual è la riforma possibile?

R. Riserve di legge, numeri chiusi e inderogabilità dei minimi tariffari sono temi che aleggiano, è innegabile, ma non sono la fedele manifestazione di ciò che la maggioranza dei professionisti avverte come prioritario, bensì l'indizio dell'incapacità propositiva di chi è rappresentante istituzionale delle professioni: non sapendo in quale altro modo riempire di contenuti il suo mandato, cavalca temi anacronistici. I commercialisti italiani sono i primi ad essere convinti che le riserve di attività devono essere limitate ai soli casi in cui la loro previsione è davvero utile al cittadino che riceve la prestazione professionale e non al professionista che la compie; sono contrari a qualsiasi forma di barriera all'eccesso come il numero chiuso, almeno quanto sono favorevoli a strumenti di selezione aperta come il tirocinio, l'esame di stato e la formazione obbligatoria continua; pensano che le tariffe siano un parametro fondamentale, ma ritengono tutt'altro che rilevante una battaglia per la loro inderogabilità. Comunque, i commercialisti italiani sono assai più interessati a una riforma che consenta di lavorare meglio, per se stessi e per il paese.

Per i liberi professionisti, significa anzitutto concentrarsi sulla costruzione di un modello societario che favorisca l'aggregazione e la capacità di competere con società di consulenza, senza snaturare però la centralità dell'apporto intellettuale rispetto a quello meramente patrimoniale. Per gli ordini, significa anzitutto concentrarsi su una modifica delle norme concernenti i procedimenti disciplinari.

D. Con il recepimento della direttiva 2006/43, in materia di revisione legale dei conti, si è avuto un deciso rafforzamento del collegio sindacale. Soddisfatti?

R. Abbiamo lavorato perché il legislatore avesse ancora maggiore coraggio nell'ampliamento delle casistiche di obbligatorietà del collegio sindacale, ma possiamo comunque dirci soddisfatti di aver trasformato nel giro di un paio d'anni, complici anche le riflessioni generate dalla crisi mondiale dei mercati finanziari, una battaglia che era difensiva (e sembrava ormai persa) in una battaglia che ora è tutta all'attacco (e proseguirà su questa strada).

Il collegio sindacale è tutto tranne che una istituzione inutile per la governance societaria e i motivi di grande soddisfazione derivano dal fatto che stiamo finalmente riuscendo a farne comprendere le oggettive potenzialità non soltanto al legislatore italiano, ma anche ai professionisti contabili di altri paesi. Da questo punto di vista, è importante il recente protocollo che il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ha firmato con i rappresentanti delle professioni contabili francesi e spagnole, avente per oggetto una intesa volta a valorizzare nell'ambito della governance societaria proprio la figura del controllore indipendente di estrazione e formazione non manageriale, bensì tecnica: in altre parole, il nostro componente del collegio sindacale.

D. Negli ultimi mesi i dottori commercialisti hanno vinto la battaglia per la cessione delle quote societarie, riuscendo in poco tempo a conquistare la metà del mercato. Sulla cessione d'azienda invece pare che tutto si sia arenato.

R. In effetti sembra che sia intervenuto un ordine dall'alto per fermare tutto. Eppure era un'idea che da sola avrebbe consentito al paese di risparmiare 200 milioni di euro l'anno, tanto quanto si presume di risparmiare con i fantomatici tagli ai costi della politica. Ogni anno si fanno in fatti 100 mila atti e il costo medio è superiore ai 2 mila euro. Basta fare due conti. Tanto è vero che il ministro Calderoli aveva appoggiato la nostra proposta nell'ottica della semplificazione. Eppure a un certo punto si è bloccato tutto. Senza spiegazioni plausibili. Ma non ce daremo per vinti.

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