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Mancato reverse? Non è violazione formale

del 12/05/2010
di: di Franco Ricca
Mancato reverse? Non è violazione formale
La mancata applicazione dell'Iva con il meccanismo dell'inversione contabile, anche se non ne deriva un debito verso l'erario, non è una violazione meramente formale. È quanto si desume implicitamente dalla sentenza della corte di cassazione n. 10819 del 5 maggio 2010, che ha ritenuto dovuta, in un caso di specie, la sanzione prevista dall'art. 6, c. 9-bis, del dlgs 471/97. La controversia riguardava un accertamento notificato ad una società che, in relazione ad un acquisto di beni provenienti dallo stato Vaticano, a quanto è dato comprendere, aveva liquidato l'Iva con le regole proprie degli acquisti intracomunitari di cui al dl 331/93, anziché con emissione di autofattura ai sensi dell'art. 17, dpr 633/72. L'ufficio, oltre a contestare l'omessa autofatturazione, aveva richiesto l'imposta, ritenendola indetraibile in conseguenza dell'infrazione procedurale. Sul punto, il ricorso della società, soccombente nei giudizi di merito, è stato accolto dalla corte suprema. Il giudice di vertice, richiamando la sentenza della Corte di giustizia Ue dell'8 maggio 20008, cause riunite C-95/07 e C-96/07, ha infatti dichiarato che, nel caso di applicazione dell'Iva con il meccanismo dell'inversione contabile (o reverse charge), l'inosservanza delle formalità prescritte, ovvero l'autofatturazione, non può privare il contribuente del diritto alla detrazione, poiché il principio di neutralità fiscale esige che il diritto sia accordato se gli obblighi sostanziali sono soddisfatti, anche se taluni obblighi formali siano stati omessi. Come statuito dai giudici comunitari, una prassi di accertamento che sanziona l'inosservanza degli obblighi contabili e di dichiarazione con il diniego del diritto alla detrazione non è conforme all'ordinamento comunitario, perché eccede quanto necessario per conseguire l'adempimento di detti obblighi, la cui violazione può essere punita, se del caso, con «un'ammenda o una sanzione pecuniaria proporzionata alla gravità dell'infrazione». Riconoscendo la detrazione, la cassazione ha dunque seguito l'insegnamento della corte di giustizia, peraltro già recepito dall'agenzia delle entrate con la risoluzione n. 56/2009. La questione che rimane aperta è il trattamento sanzionatorio, in quanto la normativa nazionale prevede, per le violazioni di specie, riconducibili all'ipotesi di omessa documentazione di operazioni imponibili, la sanzione dal 100 al 200 per cento dell'imposta relativa (art. 6, comma 1, dlgs 471/97), sanzione che non pare proprio proporzionale alla gravità della violazione, allorquando da questa non discenda alcun debito verso l'erario (per effetto della detraibilità dell'imposta non autoliquidata). Per questa considerazione, secondo certa dottrina e giurisprudenza di merito, nei casi di specie non sarebbe applicabile alcuna sanzione, in base al principio della non punibilità delle violazioni meramente formali. Questa tesi, che priverebbe di significato l'obbligo dell'inversione contabile, non sembra trovare conforto nella sentenza in commento (anche se va detto che la questione non è stata espressamente trattata). La corte, infatti, ha statuito che, nella fattispecie, essendo gli obblighi sostanziali stati assolti, sia pure in forma irregolare, la sanzione è dovuta nella misura stabilita dall'art. 6, comma 9-bis del dlgs 471/97 (è da ritenere, il 3% dell'imposta), norma introdotta dalla legge n. 244/2007, ma applicabile retroattivamente in base al principio del «favor rei». A maggior ragione va dunque ritenuto sanzionabile il soggetto che ometta del tutto gli adempimenti propri del meccanismo dell'inversione contabile.
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