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No al secondo lavoro in maternità

del 01/05/2010
di: di Gigi Leonardi
No al secondo lavoro in maternità
La lavoratrice che durante l'assenza per congedo parentale, intraprenda un'altra attività lavorativa non ha diritto all'indennità dall'Inps. A precisarlo è lo stesso ente di previdenza nella circolare n. 62/2010, con la quale vengono fornite altre in materia di maternità.

Congedo parentale. Il ministero del lavoro, interpellato sulla questione dello svolgimento dell'attività lavorativa durante il congedo parentale (artt. 32 e seguenti del dlgs n. 151/2001, ha sottolineato che il congedo risponde alla precipua funzione di assicurare al genitore lavoratore un periodo di assenza finalizzato alla cura del bambino e non può, quindi, essere utilizzato per intraprendere una nuova attività lavorativa che, ove consentita, finirebbe col sottrarlo dalla specifica responsabilità familiare verso la quale il beneficio è orientato. Ne consegue, che il lavoratore dipendente il quale durante l'assenza per congedo parentale, intraprenda un'altra attività lavorativa (dipendente, parasubordinata o autonoma) non ha diritto alla relativa indennità. L'incompatibilità si configura anche nei casi in cui il lavoratore intraprenda una nuova attività durante periodi di congedo parentale non indennizzabili per superamento dei limiti temporali e reddituali previsti dalla legge (artt. 32 e 34 del dlgs 151/2001). In tale ipotesi, infatti, al lavoratore non può essere riconosciuta la copertura figurativa per i periodi di congedo impropriamente utilizzati. Per quanto riguarda i lavoratori iscritti alla gestione separata aventi diritto al congedo parentale (lavoratori a progetto, collaboratori coordinati e continuativi presso la p.a. e titolari di assegno di ricerca) e le lavoratrici autonome, l'Inps precisa che gli stessi non possono proseguire l'attività lavorativa nel periodo in cui fruiscono dell'indennità per congedo, né possono intraprendere, durante il periodo medesimo, una nuova attività (sia essa dipendente, parasubordinata o autonoma).

Parto prematuro. Sulla base di recenti indicazioni del ministero del lavoro, la nota dell'Inps fornisce nuove istruzioni in merito alla determinazione del complessivo periodo di congedo obbligatorio di maternità (e del correlativo trattamento economico) spettante, in caso di parto prematuro, alla lavoratrice autorizzata all'interdizione prorogata dal lavoro, fino a un periodo di 7 mesi dopo il parto (ai sensi degli artt. 6 e 7 del dlgs 151/2001). In particolare, in caso di parto prematuro, i giorni di congedo obbligatorio non goduti prima del parto, contrariamente a quanto precedentemente indicato (circolare n. 45/2000), vanno aggiunti al termine del periodo di proroga con conseguente riconoscimento di un periodo di congedo post partum complessivamente di maggiore durata.

Certificati medici. Circa i certificati medici rilasciati in relazione all'art. 76 del T.u. (dlgs n. 151/2001), recentemente il ministero del lavoro, interpellato in merito all'interruzione di gravidanza intervenuta prima del 180° giorno (aborto), ha chiarito che, ai fini dell'esclusione dei periodi di malattia connessa a gravidanza dal computo del limite massimo indennizzabile (180 giorni) per malattia nell'arco dell'anno solare, non è necessaria la certificazione rilasciata da un medico specialista del Ssn, ma è sufficiente la certificazione redatta anche dal proprio medico curante di medicina generale convenzionato. Con l'occasione, il citato ministero, ha chiarito inoltre che, ai fini del T.u. maternità/paternità, i medici convenzionati devono ritenersi compresi nella categoria dei medici del Ssn (di cui al comma 1 dell'art. 76 del dlgs 151/2001); conseguentemente, i certificati medici redatti dai medici convenzionati devono considerarsi equivalenti a quelli rilasciati dai medici di struttura pubblica (Ssn) e, pertanto, devono essere accettati dall'Istituto e dal datore di lavoro. In particolare, devono essere accettati i certificati medici indicanti la data presunta del parto redatti dai medici curanti di medicina generale convenzionati o dai ginecologi convenzionati con il Ssn (art. 21, dlgs 151/2001). La certificazione medica attestante la malattia connessa a puerperio, analogamente a quanto previsto per la certificazione richiesta ai fini della flessibilità, deve essere rilasciata dallo specialista del Ssn o con esso convenzionato. Rimane ferma, invece, la facoltà dell'Inps e del datore di lavoro di accettare o chiedere la regolarizzazione dei certificati medici redatti dai medici privati non convenzionati o dai medici dipendenti da strutture private non convenzionate con il Ssn.

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