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Made in Italy protetto come i marchi e brevetti

del 01/05/2010
di: Vincenzo Jandoli
Made in Italy protetto come i marchi e brevetti
Made in Italy, denominazione geografica, proteggibile alla stregua di marchi e brevetti. Questo quanto emerso nel corso di un convegno organizzato a Milano il 29 aprile scorso da Centro studi Marangoni, su etichettatura Made in Italy e marchio, in cui si è discusso anche della tutela del «Made in Italy» in particolare a seguito della legge 8 aprile 2010 n. 55 pubblicata sulla G.U. il 21 aprile, relativa alla commercializzazione dei prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri.

Il quadro. Per comprendere però le innovazioni e i possibili scenari sull'applicazione di questa legge è opportuno ripercorrere brevemente l'evoluzione legislativa del «Made in» avvenuta in Italia in questi anni. Fino al 2009 sul problema dell' indicazione del luogo di origine la giurisprudenza quasi costantemente è stata attenta a evitare il rischio di confusione, per quanto riguarda l'origine del prodotto intesa quale fonte produttiva. Quindi se nell'etichetta era indicato il nome del produttore o comunque il nome di chi commercializzava il prodotto sul mercato e la sede, per esempio Italia, anche se il prodotto era fabbricato all'estero, ciò era ritenuto conforme, in particolare ai fini penalistici, ai sensi dell'art. 517 c.p. e dell'art. 49 comma 4 legge 350 del 2003. Al contrario l'indicazione Made in Italy su un prodotto fabbricato all'estero era considerato reato. Ci sono state, però, delle isolate decisioni che hanno ritenuto illecite anche queste etichette (bloccando le relative merci in dogana), ai sensi dell'art. 3 dell'Accordo di Madrid del 1891 recepita in Italia con legge 677/67, sulla repressione delle false e fallaci informazioni «il venditore può indicare il nome sull'etichetta del prodotto ma deve essere comunque indicato il nome del paese di fabbricazione a evitare il rischio di confusione sull'origine del prodotto stesso». A livello comunitario bisogna considerare, anche perché poi richiamato da nostre leggi successive, l'art.36 del Codice doganale comunitario che prevede la possibilità di indicare sull'etichetta il nome del paese in cui il prodotto ha subito l'ultima «trasformazione sostanziale». L' art. 16 della legge 20/11/2009 n. 166 (disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari) sull'etichettatura prevede che si intende interamente italiano e classificabile come «Made in Italy» quel prodotto in cui il disegno, la progettazione, la lavorazione e il confezionamento sono compiuti esclusivamente in Italia. Al riguardo l'art.16 contempla due reati diversi: chi usa una dicitura quale 100% made in Italy o 100% Italia o segni equivalenti su di un prodotto non interamente italiano, è punito ai sensi dell'art. 517 c.p. (multa fino ai euro 20.000 e reclusione fino a 2 anni, ) con pene aumentate fino a un terzo; chi usa marchi, così da indurre il consumatore a ritenere che il prodotto e la merce siano di origine italiana ai sensi della normativa europea (dunque, non interamente prodotto, ma è sufficiente che il consumatore ritenga il prodotto provenire dal paese in cui è avvenuta «l'ultima trasformazione sostanziale»), perché privo di indicazioni precise ed evidenti sull'effettiva origine, non italiana, è punito con la sola sanzione pecuniaria da euro 10.000 a 250.000.

La legge 8/4/2010 n. 55 riguarda esclusivamente l'etichettatura di prodotti tessili, di pelletteria e calzaturieri. In questo caso il «Made in» si applica quando almeno due delle fasi di lavorazione di ciascun settore, sono state realizzate in Italia. Inoltre la forte innovazione rispetto al passato è che se il prodotto non può essere indicato come «Made in Italy» poiché non vi sono state due delle fasi di lavorazione interamente svolte in Italia, allora deve essere indicato il luogo di provenienza nel rispetto della normativa comunitaria e cioè dove è stato svolta l'ultima trasformazione sostanziale.

Chi viola questa norma è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 10.000 a 50.000, se persona fisica. Da euro 30.000 a 70.000 se persona giuridica. Se la violazione è reiterata, è prevista la reclusione da uno a tre anni. Se con attività organizzate da tre a sette anni.

Il chiarimento. Il ministero per lo sviluppo economico in una recente comunicazione ha precisato che «Made in» è una indicazione facente riferimento a un paese come luogo di origine di un prodotto ed è dunque pienamente rientrante nelle norme di etichettatura. Il consumatore ritiene che l'origine dei prodotti dal nostro paese evochi un know how simbolo di qualità. Questo conferma che in particolare per quanto riguarda l'impatto della legge sui prodotti tessili, pelletteria e calzaturieri, avendo lo stato italiano giudicato meritevoli di particolare protezione i prodotti rientranti in tali settori, la tutela degli stessi dovrebbe essere assicurata anche su un piano civilistico come denominazione d'origine o indicazione geografica. Quindi rientranti nel novero dei diritti di proprietà industriale, come i brevetti, marchi modelli, e proteggibili in conformità degli artt.29 e 30 del Codice della proprietà industriale. In altre parole, verrebbe riconosciuta la possibilità all'impresa di agire contro il concorrente che viola dette disposizioni, chiedendo misure cautelari d'urgenza, tra cui sequestro, inibitoria, ritiro dei prodotti dal mercato e descrizione anche della documentazione contabile (artt.128 e ss. Cpi).

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