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Internet? Non è come il Far west

del 13/04/2010
di: La Redazione
Internet? Non è come il Far west
Internet non è un luogo virtuale dove tutto e' permesso. Lo sostiene il giudice del tribunale di Milano, Oscar Magi, nelle motivazioni della sentenza con cui ha condannato tre dirigenti di Google a sei mesi di reclusione in relazione a un video che mostrava le vessazioni subite da un ragazzo disabile da parte dei suoi compagni di classe. Nella sentenza pollice verso anche sull'informativa privacy del motore di ricerca, ritenuta del tutto carente. Le motivazioni pubblicate ieri si riferiscono alla condanna a sei mesi del 24 febbraio scorso a carico di tre tra dipendenti ed ex dipendenti di Google, accusati di violazione della privacy e prosciolti invece per il reato di diffamazione. Il processo riguardava la pubblicazione nel 2006, sulla piattaforma di Google, di un video nel quale veniva ritratto un ragazzo disabile mentre subiva vessazioni da parte di compagni di scuola in un istituto di Torino. La condanna, con pena sospesa, riguarda David Carl Drummond, senior vice president di Google e all'epoca dei fatti presidente del cda di Google Italia, George De Los Reyes, uscito dalla società nel frattempo e nel 2006 membro del cda di Google Italia, e Peter Fleitcher, global privacy council di Google. Il 24 gennaio è stato completamente assolto Arvind Desikan, product marketing manager di Google Video per l'Europa, accusato solo di diffamazione.

Tornando alle motivazioni, «non esiste», si legge in un passaggio, «la sconfinata prateria di internet, dove tutto è permesso e niente può essere vietato, pena la scomunica mondiale del popolo del web. Esistono invece leggi che codificano comportamenti e che creano degli obblighi che, ove non rispettati, conducono al riconoscimento di una responsabilità penale». Nel motivare la condanna il giudice Magi scrive poi che «l'informativa sulla privacy era del tutto carente o comunque talmente nascosta nelle condizioni generali del contratto da risultare assolutamente inefficace per i fini previsti dalla legge». E, ancora, il giudice sottolinea che «Google Italy trattava i dati contenuti nel video scaricati sulla piattaforma e ne era responsabile quindi perlomeno ai fini della legge sulla privacy». Responsabilità tutte italiane? Non proprio. «Non vi e' dubbio che perlomeno parte del trattamento dei dati immessi a Torino sia avvenuto fuori dall'Italia, in particolare negli Usa, luogo dove hanno indubitabilmente sede i server (cioè le macchine che trattano e immagazzinano i dati) di proprietà di Google Inc».

«Stiamo leggendo le 111 pagine del documento di motivazioni del giudice tuttavia, come abbiamo detto nel momento in cui la sentenza e' stata annunciata, questa condanna attacca i principi stessi su cui si basa Internet. Se questi principi non venissero rispettati, il Web così come lo conosciamo cesserebbe di esistere e sparirebbero molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici che porta con sé. Si tratta di importanti questioni di principio ed è per questo che noi e i nostri dipendenti faremo appello contro questa decisione», scrive Google in una nota in merito alle motivazioni della sentenza. «Sono passati quasi due mesi dalla sentenza del tribunale di Milano e ancora non risulta che i vertici del provider Google abbiano preso delle iniziative per rendere il motore di ricerca più sicuro», sottolinea invece il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. «Trovai all'epoca esemplare», dice, «la sentenza, non solo perché nessuno aveva vigilato abbastanza per impedire che quel filmato shock fosse messo in rete, ma soprattutto perché nessuno aveva collaborato per rimuovere quei contenuti violenti in maniera tempestiva. Dopo le decisioni del tribunale, resta il grande silenzio di Google che non si è chiaramente espressa con delle iniziative o nuovi strumenti a tutela degli utenti contro la diffusione incontrollata di contenuti violenti. Resta certamente», conclude Gasparri, «un vuoto normativo al quale va comunque posto rimedio. Ma nell'attesa ci saremmo aspettati da un'azienda nota come Google maggior senso della responsabilità e qualche iniziativa che potesse dimostrare la buona fede di allora dei vertici».

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