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La direttiva qualifiche è al palo

del 09/04/2010
di: La Redazione
La direttiva qualifiche è al palo
L'Italia è fuori dall'Europa. Almeno in tema di professioni intellettuali. E chi si aspettava che la direttiva Zappalà (36/05) sul riconoscimento delle qualifiche professionali avrebbe sanato la situazione si sbagliava. Perché tra ritardi (Austria, Lussemburgo, Belgio, Grecia, Francia non l'hanno ancora adottata) e discutibili interpretazioni nel suo recepimento (come appunto il caso dell'Italia) le piattaforme comuni, cioè quei criteri che avrebbero dovuto consentire di colmare le differenze formative tra i paesi, sono di fatto ancora lettera morta. È a partire da queste considerazioni che la commissione europea ha iniziato le prime consultazioni tra i professionisti dei paesi membri con l'obiettivo di rivedere la direttiva entro il 2011. Secondo i parlamentari europei intervenuti ad un incontro ad hoc presso la sede della commissione, la direttiva ha di fatto fallito in quello che era il suo principale obiettivo: promuovere, cioè, libera circolazione dei professionisti, anche perché non ha tenuto conto delle specificità di alcune categorie né della difficoltà nell'armonizzare i processi formativi. Riconoscere alcuni titoli di studio senza aver previsto un'armonizzazione e un riconoscimento reciproco delle formazioni scolastiche, compreso l'insegnamento superiore e quello linguistico, ha, secondo i rappresentanti europei, creato complessità e diffidenza da parte degli stessi professionisti. La direttiva 36 che avrebbe dovuto facilitare la mobilità transfrontaliera e che sarebbe dovuto essere uno strumento di efficiente funzionamento del mercato del lavoro e dei servizi atti a stimolare la crescente economia nell'ambito dell'Unione, invece si è incagliata in una serie difficoltà applicative. Non ultima il nodo della diversità delle lingue diffuse negli stati membri. Basti pensare a quello che è accaduto in Italia, con il decreto legislativo di recepimento (206/07): questo provvedimento ha confuso gli ordini e i collegi professionali con le associazioni di stampo anglosassone (associazioni private ma riconosciute dallo stato) cui si rivolge la direttiva e ha dato vita, in questo modo, a un'ipotesi di riconoscimento di associazioni diversa da quelle indicate dalla Zappalà. Che, al contrario, riguarda solo le professioni che possono esercitare l'attività intellettuale a seguito di un' autorizzazione rilasciata dall'autorità competente, e cioè un organismo delegato dallo stato (ordini, collegi) a rilasciare il titolo, e solo dopo che si è realizzata una formazione regolamentata. Da sciogliere soprattutto il tema della formazione: tanto complesse sono state, infatti, le procedure da seguire per il riconoscimento dei titoli di studio che è stato proposto agli stati membri di designare, per ciascuna materia, un'autorità professionale unica e competente che si occupi solo di formazione continua. In questo senso è stata evidenziata più volte proprio dai periti industriali la necessità di promuovere un progetto di piattaforma comune per tutte le attività ingegneristiche esercitate dai professionisti comprese nei livelli c), d), e) cioè dei diplomati, dei triennali e dei quinquennali. Un modo questo valido e immediato per valutare i livelli di competenza. Le categorie professionali, le istituzioni universitarie e le associazioni di categoria riconosciute a livello nazionale o comunitario dovrebbero attestare la quantità e qualità di competenze, sostanzialmente indifferenziate per tutti i livelli previsti. Di certo, il riconoscimento di una piattaforma comune dell'ingegneria, potrebbe mettere a disposizione degli cittadini utenti uno strumento per valutare preliminarmente la preparazione professionale minima del professionista di pari competenze appartenente ad ambiti territoriali diversi. E sarebbe una garanzia per gli utenti e un vantaggio per garantire finalmente la libera circolazione dei professionisti.

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