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Direttiva servizi, ok a metà

del 03/04/2010
di: di Pamela Giufrè
Direttiva servizi, ok a metà
Direttiva Servizi, bene il divieto di discriminazione a rovescio, male il mancato recepimento della certificazione professionale. Il presidente nazionale della Lapet, Roberto Falcone, tira le somme sullo schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva 2006/123/Ce del Parlamento europeo e del consiglio, del 12 dicembre 2006, relativa ai Servizi nel mercato interno, approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 19 marzo 2010.

Sostanzialmente, il provvedimento è rimasto invariato rispetto all'ultima versione approdata nelle commissioni permanenti della camera e del senato, guadagnandosi l'approvazione della Lapet. I tributaristi hanno sempre sostenuto il rapido recepimento della direttiva servizi, considerandola «una grande scommessa per la modernizzazione dell'Italia e dell'Europa, una sfida all'insegna della competitività che può portare all'effettiva liberalizzazione dei servizi, in modo completo e assoluto come mai accaduto sinora a livello europeo, garantendo di conseguenza un abbattimento della burocrazia».

Apprezzabile, per la Lapet, soprattutto il passaggio epocale da un regime autorizzatorio a uno di libera iniziativa, occasione immancabile per Falcone per ribadire che «in questo modo, nel nuovo mercato dei servizi Ue, fatte salve le disposizioni istitutive e relative a ordini, collegi e albi professionali, i regimi autorizzatori, statali o regionali, potranno sopravvivere solo se giustificati da motivi imperativi di interesse generale. In pratica», prosegue il presidente dell'associazione nazionale dei tributaristi, «le restrizioni avranno senso esclusivamente in funzione dell'ordine pubblico, oltre che nel rispetto dei criteri di proporzionalità e non discriminazione, della tutela dei consumatori oppure dei lavoratori. Soltanto a queste condizioni potranno dunque essere imposte limitazioni all'accesso e all'esercizio di una attività economica o professionale».

Insomma, si introducono paletti strettissimi per l'inserimento di nuove riserve e si pone un limite alle restrizioni già esistenti. «I regimi autorizzatori», spiega infatti Roberto Falcone, «potranno essere mantenuti alle stesse condizioni valide per le nuove riserve. Questo implica una generale revisione di tutte le restrizioni, che certamente permetterà l'eliminazione di riserve illegittime e non giustificate dalla normativa comunitaria. E la stragrande maggioranza delle riserve vigenti nel nostro paese non ha ragione di esistere, in quanto tali esclusive altro non sono se non il risultato di atteggiamenti lobbistici tollerati negli anni al punto da essere quasi diventati la regola. Ma una regola di fatto inesistente».

In tal modo, la direttiva servizi rafforza ulteriormente il concetto, espresso chiaramente nel testo, di evitare ogni forma di discriminazione tendendo a eliminare tutti gli ostacoli alla libera prestazione e alla libera circolazione, attraverso una concorrenza leale ed equilibrata. «Il governo», sottolinea Falcone, «ha recepito bene questa previsione anche attraverso l'articolo 24, denominato Parità di trattamento, introducendo così il divieto di discriminazione a rovescio e assicurando appunto la parità di trattamento tra professionisti italiani e di altri stati membri».

Attraverso questa previsione, che rimanda alle disposizioni dell'articolo 20, comma 3, dello stesso decreto legislativo, le persone fisiche e giuridiche stabilite in Italia potranno avvalersi dei diritti e delle facoltà concesse ai prestatori di altri stati Ue, evitando così effetti discriminatori a danno dei prestatori italiani. «È una importante clausola di garanzia», commenta Falcone, «i cui effetti saranno certamente di più ampia portata, andando anche oltre la direttiva Servizi».

La volontà del governo di scongiurare le discriminazioni a rovescio, era già stata introdotta nel dicembre del 2004, attraverso un emendamento all'articolo 2 del testo di legge comunitaria 2004, presentato dall'onorevole Pierantonio Zanettin. E già allora la Lapet aveva sostenuto l'efficacia di questa proposta di modifica, prevedendone i possibili riflessi positivi sulla nostra economia nazionale. Sin dal 2004, dunque, il governo italiano concordava sulla pericolosità di situazioni di disparità in danno dei cittadini di uno stato membro o delle sue imprese, che si verificano come effetto indiretto dell'applicazione del diritto comunitario. Oltretutto, sull'argomento si è già espressa la Corte costituzionale con sentenza n. 443 del 1997, dichiarando illegittime, per violazione del principio di uguaglianza, quelle disposizioni del nostro ordinamento suscettibili di discriminare i cittadini italiani costringendoli a rispettare una disciplina più restrittiva di quella applicata ai cittadini degli altri Stati membri in ordine ad una medesima fattispecie. «Ora dunque la parità di trattamento viene ribadita», dichiara il presidente della Lapet, «quasi certamente creando non poche preoccupazioni negli ordini professionali che a giusta ragione cominciano a temere per il futuro delle riserve (fittizie). Per noi invece, questa previsione spiana ulteriormente la strada alla riforma delle professioni che, proprio per evitare discriminazioni a rovescio, dev'essere approvata con estrema urgenza».

Eppure per la Lapet il decreto legislativo attuativo della direttiva Servizi crea anche una falla che limita il corretto recepimento del provvedimento e va contro gli obiettivi della strategia Ue 2020, che stabilisce tra le sue priorità una crescita basata sulla conoscenza come fattore di ricchezza. È la mancata trasposizione dell'articolo 26 dell'ex Bolkestein, denominato «Politica in materia di qualità dei servizi».

«L'articolo 26 della direttiva 123/2006/Ce», fa notare Falcone, «si sofferma sulla certificazione professionale prevedendo espressamente che gli stati membri, in collaborazione con la Commissione europea, adottino misure di accompagnamento volte ad incoraggiare i prestatori a garantire, su base volontaria, la qualità dei servizi. E, nell'indicare la strada da seguire per raggiungere questo percorso, chiama in causa gli organismi indipendenti o accreditati; propone un'apposita carta di qualità e specifiche misure di accompagnamento; impone la comunicazione dei risultati e la compatibilità della qualità dei servizi tra i diversi Stati membri. Ma di queste disposizioni non v'è traccia nel decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 19 marzo».

In effetti, nel testo finale di certificazione si parla nell'articolo 27, ma non si riferisce alla certificazione professionale.

«L'articolo 26 della direttiva Servizi», precisa il presidente della Lapet, «doveva essere obbligatoriamente recepito dal decreto, a tutela della qualità delle prestazioni e quindi, prioritariamente, dell'utenza dei servizi. La certificazione professionale rappresenta infatti per la stessa utenza un'assicurazione preventiva della competenza vantata dal professionista».

Una previsione che i tributaristi hanno già attuato grazie al bollino blu di professione riconosciuta da Accredia, il Sistema italiano di accreditamento, l'ex Sincert, ottenuto dallo scorso 15 dicembre dopo un lungo percorso di certificazione per dimostrare, attraverso un ente accreditato, di parte terza e indipendente rispetto alla professione, di essere in possesso di requisiti prestabiliti, valutati secondo regole precise e trasparenti, validi a livello europeo. «Ma l'Italia ha il dovere di garantire i consumatori che si rivolgono ai prestatori dei servizi professionali», conclude il presidente della Lapet, «e invece, come al solito, conferma il suo primato di paese più refrattario alle regole europee: non solo applicherà in ritardo la direttiva Servizi, ma corre anche il pericolo di imbattersi in una procedura d'infrazione come paese parzialmente inadempiente alle norme comunitarie».

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