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Commercio, la licenza c'è anche se il comune è pigro

del 01/04/2010
di: La Redazione
Commercio, la licenza c'è anche se il comune è pigro
Se il comune non ha adottato gli atti di propria competenza, previsti dalla legge di riforma del commercio, deve procedere al rilascio della autorizzazione per l'apertura di una media struttura di vendita perché alla domanda si applica il silenzio assenso. Il Consiglio di Stato, sezione V, con la decisione 29 marzo n. 1785, ha posto un principio che fa piazza pulita delle contrastanti interpretazioni finora sostenute dai diversi tar su alcune disposizioni contenute nel dlgs 144/1998. Con la sentenza di primo grado, l'impresa aveva ottenuto dal Tar Lombardia parziale accoglimento del ricorso, nel senso che il diniego era stato annullato perché il comune interessato avrebbe prioritariamente dovuto dare attuazione a quanto previsto dall'art.8 della legge di riforma del commercio e, quindi, riesaminare la domanda alla luce delle risultanze degli atti programmatori e dei relativi criteri. Per l'impresa ricorrente, invece, vigeva un obbligo del comune di provvedere a prescindere dall'adozione dei criteri e delle norme di adeguamento alla normativa urbanistica. Questa tesi è stata condivisa dal Consiglio di Stato nella citata decisione n. 1785. Secondo il Collegio, «l'adozione di criteri regionali programmatori e la integrazione della pianificazione territoriale commerciale ed urbanistica da parte del comune non è senza limiti di tempo». Di conseguenza la decorrenza dei termini senza adeguamento della pianificazione urbanistica indica la carenza di interesse del comune interessato ad adeguarla, «e non può vanificare», afferma la sentenza, «l'esercizio del diritto ad ottenere la richiesta autorizzazione e alla formazione del silenzio-assenso». Il Collegio, affronta anche la questione del silenzio assenso di 90 giorni previsto dal medesimo art. 8 del d.lgs 114/1998. Per il Giudice, a fronte della disciplina di generalizzazione della regola del silenzio-assenso prevista dall'art. 20 della legge 241/1990, «apparirebbe anacronistica e inadeguata rispetto alle esigenze della moderna economia di mercato, un'impostazione, proprio nel campo commerciale, volta a ritenere meramente programmatica la norma di cui all'art. 8 del d.lgs. n. 114 del 1998 che va considerata normativa antesignana rispetto non all'istituto del silenzio assenso ma alle riforme di liberalizzazione dell'anno 2005 (legge n. 15 del 2005 e legge n. 80/2005) e, quindi, da interpretare in modo coerente rispetto al sistema giuridico complessivamente considerato». «Senza dire», sottolinea il Consiglio di Stato, «che sarebbe contraddittorio ammettere, da un lato, la previsione di un istituto di semplificazione dell'azione amministrativa e consentire, dall'altro, l'elusione dello stesso o la sua proroga sine die in relazione a un comportamento dovuto e illegittimamente omesso dai medesimi enti pubblici». «Di conseguenza», conclude la sentenza, «è impossibile sostenere che l'istituto del silenzio assenso sia applicabile o meno in dipendenza della decisione della p.a. di dotarsi di un piano».

Marilisa Bombi

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