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Picchetto in libertà

del 31/03/2010
di: di Debora Alberici
Picchetto in libertà
Non può essere licenziato il lavoratore che tenta di impedire con la forza a un collega di entrare in azienda durante uno sciopero. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 7518 del 30 marzo 2010, ha respinto il ricorso di un'azienda che aveva licenziato un dipendente perché, durante un picchetto, aveva tentato di impedire a un collega di entrare in azienda, strattonandolo ma non mettendone seriamente a rischio l'incolumità fisica. Secondo quanto ricostruito in sentenza l'uomo aveva spaventato il collega strattonandolo ma non era riuscito a impedire il suo ingresso in fabbrica, anche per l'intervento delle forze dell'ordine. L'altro nel frattempo si era recato in infermeria. A questo punto i vertici avevano deciso per il licenziamento che l'operaio aveva immediatamente impugnato di fronte al Tribunale di Avellino. I giudici avevano ordinato quindi la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro. La decisione era stata poi confermata dalla Corte d'appello di Napoli. Ora la Cassazione l'ha resa definitiva. In sostanza gli Ermellini hanno detto no al licenziamento disciplinare perché questo istituto è giustificato soltanto dal concreto venir meno del rapporto di fiducia fra impresa e dipendente, cosa che non può dirsi in questo caso. Sul punto si legge in sentenza che «per stabilire l'esistenza della giusta causa di licenziamento occorre in concreto accertare se, in relazione alla qualità del rapporto intercorso fra le parti, alla posizione che in esso abbia rivestito il lavoratore, alla qualità e al grado di fiducia che quel rapporto comportava, la specifica mancanza commessa dal dipendente considerata non solo nel suo contenuto obiettivo, ma anche nella sua portata soggettiva, specie con riferimento alle particolari circostanze e condizioni in cui è posta in essere, ai suoi modi, ai suoi effetti, e all'intensità dell'elemento psicologico, risulti idonea a ledere in modo grave, così farla venir meno, la fiducia che il datore di lavoro ripone nel proprio dipendente e tale quindi, da esigere sanzioni non minore di quelle massime, definitivamente espulsive». Non che i giudici del Palazzaccio non abbiano bacchettato il comportamento del lavoratore in sciopero, definendolo scorretto, ma, nonostante questo, non abbastanza «grave» da giustificare la perdita del posto. Avallando la decisione dei giudici napoletani la Cassazione ha infatti precisato che «la Corte di merito ha rilevato che la pur censurabile condotta posta in essere dall'operaio, non appariva idonea a giustificare l'irrogazione della massima sanzione disciplinare». A sostegno della decisione, «ha considerato che il comportamento del dipendente, come definito alla luce delle deposizioni testimoniali raccolte, non era sfociato in atti di materiale violenza ai danni del compagno di lavoro».

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