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Sicuro è indice di civile

del 30/07/2013
di: Eide Spedicato Iengo
Sicuro è indice di civile
La sicurezza quale indiscusso indicatore del grado di civiltà di una società, questo il punto di riflessione evidenziato durante il convegno di CnaiForm «La governance della sicurezza nelle strutture turistico ricettive», dalla professoressa Eide Spedicato sociologa dell'Università G. D'Annunzio di Pescara e componente del Comitato Scientifico dell'Associazione.

Di seguito la pubblicazione della professoressa Spedicato, moderatrice dell'evento, che superbamente ha saputo coordinare i lavori e con le sue riflessioni creare quel legame, un «fil rouge» che ha unito gli interventi dei relatori.

Alcuni termini destano particolari sensazioni. La parola «sicurezza» è uno di questi. Legata a un passato immemoriale e carica di teoria e di storia, suggerisce sensazioni gradevoli e accoglienti, qualunque cosa tale vocabolo possa significare. Ma cosa si intende per «sicurezza»? E, soprattutto, qual è la sua funzione? Cominciamo col precisare che il termine «sicurezza» allude a una condizione che fa sentir esente da pericoli e che dà la possibilità di prevenire, chiarire, governare il peso di danni, rischi, difficoltà. Come può constatarsi, tale definizione è insieme semplice e complessa.

Semplice, perché la sicurezza rimanda a uno dei tanti volti della convivenza: richiama, infatti, alla necessità di un dovere comune e segna il passaggio da una situazione sociale erratica, irregolare ed egoistica a una solidale, segnata da regole, ruoli, norme, sistemi condivisi. Ed è complessa perché il suo significato può variare in base al contenuto che esprime, e segnalare la realtà di bisogni e di obiettivi che non poggiano su una dimensione data una volta per tutte e per tutti. Ovvero, il concetto di sicurezza può essere declinato in modo differente a seconda dei soggetti, dei contesti e delle epoche cui si riferisce. Basterebbe riflettere sulla circostanza che, in tempi competitivi come gli attuali, per esempio la sicurezza è una merce che «si compra», mentre negli ambienti comunitari del passato (quantunque fragili e vulnerabili) quasi mai capitava di essere abbandonati a se stessi, non sentirsi al sicuro, essere colti alla sprovvista.

Comunque e in ogni caso, la sicurezza è un indiscusso indicatore del grado di civiltà di una società. Questa, infatti, può definirsi civile, tanto più quanto più tutela i suoi cittadini, promuove il piano della responsabilità individuale e collettiva, difende il valore del patto sociale. Ma il percorso non è semplice, soprattutto in scenari come gli attuali.

Viviamo, infatti, in ambienti che sembrano opporre forte resistenza in tale direzione, in spazi di deriva individualistica, in tempi che qualcuno ha definito epoca dei cocci. E a ragione: vuoi perché le sponde di riferimento sociali, politiche e culturali sono sempre più deboli ed evanescenti; vuoi perché gli obiettivi del vivere sono sempre più diversificati e sfilacciati; vuoi perché i contesti sociali sono sempre meno affidabili; vuoi perché l'homo emptor, ovvero il soggetto che ritiene incomprensibile ogni dovere, sa dire solo io e guarda ogni tipo di noi con ostilità, occupa spazi sempre più ampi.

Quella che stiamo vivendo è, dunque, un'epoca che dà luogo alla cesura fra potere e obblighi sociali in forme e modi del tutto inediti a fronte del passato: vezzeggia, infatti, la volatilità e la temporaneità di qualsiasi impegno; dà spazio a tipi sociali sempre più provvisori ed erratici; valuta con fastidio il patto sociale, ritiene inutile e noioso quello educativo-formativo. Ne discendono, date queste qualificazioni, che nel sistema sociale le corsie preferenziali sono occupate da disordine, vulnerabilità, porosità sociale, assenza di garanzie, al pari di malintese libertà. A proposito della libertà va detto che, da molti, viene interpretata e praticata non in veste di scelte responsabili e consapevoli, ma come possibilità di fare ciò che si vuole. Ma una libertà senza limiti produce inevitabilmente spazi frammentati, rissosi, dannosi, privi di proiezioni ideali, popolati da soggetti incapaci di assumere la responsabilità del proprio agire. All'opposto, la vera libertà significa altro. Significa volere ciò che si fa, motivandolo e mostrandosi coerenti, anche quando l'effetto è gravoso o penalizzante.

È per questi motivi che diventa indispensabile oggi attivare meccanismi di comprensione intersoggettiva; abbandonare le logiche egocentriche; presidiare i confini del vivere civile; sottolineare la necessità di sintesi collettive che spostino il centro di percezione e di riscontro dalle motivazioni individualistiche alle motivazioni accomunanti; chiarire il ruolo e la funzione delle regole; sostenere le istituzioni affinché non perdano di forza normativa. Ma per tale finalità occorrono obiettivi comuni e prospettive condivise. Gli uni e le altre non nascono a caso: richiedono spazi e volontà di studio, ricerca, confronto, formazione.

Il tema, che qui si discute, si inscrive in modo pieno all'interno di questo ambito propositivo e rinvia specificamente a obiettivi che richiedono:

- al decisore pubblico il massimo sforzo per giungere a riforme ben modellate, ossia a riforme che possano per un verso ridurre alcune delle zoppìe nella governance della sicurezza e, per un altro verso, promuovere benessere nella dimensione lavorativa;

- al sistema politico di mediare tra la dimensione sociale e quella economica, tradursi in servizio alla società, ridurre lo iato fra piano della politica e cittadini;

- all'imprenditore di accentuare il proprio ruolo di civis che non persegue esclusivamente il profitto, ma contribuisce con il suo modus agendi a svolgere una funzione di interesse generale, come il governo della sicurezza dei suoi dipendenti e, nel caso specifico di questo incontro, dei suoi clienti o dei suoi ospiti.

In sintesi, particolare attenzione dovrebbe essere rivolta al tema concettuale di «bene comune». Che questo debba essere messo all'ordine del giorno dell'agenda sociale, lo dimostrano le tante dimensioni del vivere svuotate di senso, perché piegate alle logiche del consumo e del profitto. D'altronde, che l'uno e l'altro disancorino «dagli elementi più umani e materiali della produzione in favore dell'immateriale e dell'artificiale» lo provano, per un verso, le dinamiche finanziarie e, per un altro verso, il piano della politica che, concentrata com'è in una spirale autoreferenziale e auto-protettiva (dal fiato e dalla vista corti), ben poca attenzione riserva alla tutela di una società a misura di persona.

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