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Scriminante politica pure se l'incarico si dà a interim

del 20/07/2013
di: Giuseppe Meduri
Scriminante politica pure se l'incarico si dà a interim
La «scriminante politica» si applica al sindaco che affida incarichi ad interim, anche qualora il dirigente nominato agisca in violazione del principio di onnicomprensività della retribuzione, generando un danno erariale. Tale principio è stato recentemente ribadito dalla Corte conti Puglia, nella sentenza 1014/2013. I magistrati contabili hanno esaminato il caso di un dirigente comunale a cui è stato affidato anche l'incarico ad interim di comandante della Polizia municipale. La Procura ha rilevato vari atti ritenuti illegittimi, tra delibere di giunta e decreti sindacali, volti alla indebita autoliquidazione di compensi da parte del dirigente. Non è stata accolta la tesi difensiva secondo cui il conferimento dell'incarico ad interim avrebbe comportato un risparmio per l'ente, perché in contrasto con il principio di onnicomprensività della retribuzione dei dipendenti pubblici. «La norma è chiarissima e non ammette dubbi interpretativi», ha scritto la Corte dei conti in riferimento all'art. 24 del dlgs 165/01, «e la retribuzione dirigenziale, stabilita dalla contrattazione collettiva, è solo quella e deve remunerare tutti gli incarichi eventualmente assegnati al dirigente». Diversa, invece, la posizione dei magistrati contabili sulle contestazioni mosse dalla Procura per le varie ordinanze sottoscritte dal Sindaco, verso il quale è stata pienamente riconosciuta la cosiddetta «scriminante politica». Con l'introduzione della speciale esimente, secondo la Corte dei conti il legislatore si è preoccupato «di tutelare l'organo politico da possibili errori della dirigenza che eventualmente gli sottoponesse l'adozione di decisioni di “competenza dirigenziale». La norma introdotta dall'art. 3 della legge 639/1996 prevede come «nel caso di atti che rientrano nella competenza degli uffici tecnici o amministrativi la responsabilità non si estende ai titolari degli organi politici che in buona fede li abbiano approvati ovvero ne abbiano autorizzato e consentito l'esecuzione». Un principio, secondo i magistrati contabili, da considerarsi il necessario completamento della distinzione tra atti di direzione politica e atti di gestione.

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