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Le province non esistono più

del 06/07/2013
di: di Francesco Cerisano
Le province non esistono più
Centocinquant'anni di storia cancellati con un tratto di penna. Le province scompaiono dalla Costituzione. Dall'art. 114 che nel nuovo testo non le contempla più tra i livelli di governo della Repubblica (ora costituita solo «dai comuni, dalle regioni e dallo stato»). E da tutti gli articoli della Carta (13 in totale) in cui fino ad oggi compariva la parola provincia. Così ha deciso il consiglio dei ministri di ieri che ha approvato un ddl costituzionale per far ripartire la riforma delle province dopo lo stop imposto dalla Consulta. Un testo scarno, di soli tre articoli, ma essenziale, per non finire nuovamente in quel «vicolo cieco» in cui finora si sono impantanati tutti i tentativi di abrogazione o razionalizzazione degli enti intermedi. «Fino a quando la parola provincia rimarrà in Costituzione qualunque altra riforma farà la fine di quella recentemente cassata dalla Consulta», ha osservato il premier Enrico Letta. Fatte sparire le province dalla Costituzione, invece, tutto sarà più facile perché a quel punto si potrà intervenire con legge ordinaria per disciplinare il passaggio delle funzioni ai comuni e alle regioni. Di questo si occuperà un disegno di legge che il ministro per gli affari regionali Graziano Delrio e il ministro per le riforme Gaetano Quagliariello ufficializzeranno quando saranno note le motivazioni con cui la Consulta ha bocciato la riforma del governo Monti. Una cosa è certa: entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale, le province dovranno essere soppresse. A quel punto sarà compito di una legge statale concordare con le regioni «le forme e le modalità di esercizio delle relative funzioni» da trasferire agli altri livelli di governo. Con un impegno preciso: il personale non si tocca. Su questo Letta è stato chiaro: «Le funzioni provinciali e i lavoratori andranno salvaguardati». Come questo accadrà sarà materia demandata alla legge ordinaria. I tempi di approvazione del ddl costituzionale saranno dunque decisivi per far partire la fase due della riforma. Per questo Letta ha chiesto espressamente alle camere di fare presto. «Bisognerà individuare la corsia più rapida tra l'esame nelle commissioni parlamentari o nel cosiddetto «Comitato dei 40» (la Bicameralina interna alle commissioni affari costituzionali che sotto la guida di Quagliariello dovrà partorire una riforma organica della Costituzione, ndr). E il ministro abbozza una tabella di marcia: «Le prime due letture parlamentari (una alla camera e una al senato, ndr) dovranno essere portate a termine entro l'estate». Poi dovranno passare almeno tre mesi prima che i due rami del parlamento possano tornare a pronunciarsi. Quindi nella migliore delle ipotesi la modifica della Costituzione potrebbe diventare operativa tra fine ottobre e fine novembre. A quel punto, il Comitato dei 40 potrà iniziare a lavorare. Ed è proprio dalla sua prima riunione (novembre?) che il governo calcola i 18 mesi di tempo che si è dato per realizzare il restyling della Costituzione.

Al via la consultazione dei cittadini. Partirà lunedì per concludersi l'8 ottobre la consultazione online sulle riforme voluta dal ministro Quagliariello. L'annuncio è stato dato dallo stesso ministro nella conferenza stampa successiva al cdm di ieri. La consultazione sarà avviata sul sito www.partecipa.gov.it, attivo da lunedì e opererà su tre livelli. «Uno molto semplice, uno più sofisticato e uno che ha per riferimento coloro che professionalmente si occupano di riforme». «Sarà predisposto tutto per garantire che i cittadini possano intervenire una volta sola», ha assicurato il ministro. Sull'operazione vigilerà un comitato scientifico di garanti presieduto dall'ex ministro dell'istruzione e della ricerca Francesco Profumo. Del comitato faranno parte anche Emanuele Baldacci (Istat) e Luca De Biase presidente della Fondazione «Ahref» che si occupa di studiare e valorizzare la qualità dell'informazione presente in Rete.

Province in scadenza. Il cronoprogramma delle riforma genera però più di un interrogativo. Che fine faranno le province (20) attualmente commissariate in attesa degli accorpamenti poi bocciati dalla Consulta? Resteranno in questa situazione di evidente deficit democratico o torneranno alle urne? E quelle che andranno a scadenza nei prossimi mesi? Andranno al voto o subiranno il commissariamento? Tutti interrogativi a cui il governo ieri non ha dato risposte.

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