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Province, scatta l'ora della verità

del 02/07/2013
di: di Francesco Cerisano
Province, scatta l'ora della verità
Si avvicina il giorno del giudizio per le province. Additate come l'origine di tutti i mali, il centro di tutti gli sprechi di denaro pubblico e per questo prima trasformate in enti di secondo livello, poi spogliate di competenze, quindi accorpate e ridotte (da 86 a 51 nelle regioni a statuto ordinario), fino alla decisione di mettere il tutto in naftalina in attesa di «consentire una riforma organica della rappresentanza locale», le province potrebbero rialzare la testa grazie alla Consulta. Che proprio oggi si riunirà per decidere se l'operazione di spoliazione di competenze che il governo Monti ha avviato col decreto salva-Italia del 2011 e proseguito con la spending review (dl 95/2012) è stata legittima o meno.

Sono ben 17 i ricorsi sui cui il giudice costituzionale Gaetano Silvestri relazionerà oggi davanti al plenum della Corte che potrebbe pronunciarsi con sentenza già a metà luglio (diversamente la decisione slitterebbe a settembre dopo la pausa estiva). Due i fronti di conflittualità aperti.

Il primo mira a scardinare la «norma madre» della razionalizzazione delle province, ossia quell'art. 23 del decreto Salva Italia (dl n. 201/2011) che ha modificato sia la governance che le competenze provinciali prevedendo l'elezione indiretta del consiglio (10 componenti scelti non più direttamente dai cittadini ma dai consigli comunali) e del presidente, nonché il trasferimento delle funzioni (e relative risorse umane, finanziarie e strumentali) ai comuni.

Ad impugnare gran parte della norma (commi da 14 a 21) sono state otto regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Molise, Lazio, Campania, Sardegna e Friuli-Venezia Giulia) per violazione del titolo V della Costituzione.

Il secondo «campo di battaglia», invece, è quello legato alle modalità con cui il governo Monti ha proceduto a razionalizzare il numero delle province nell'ambito dei risparmi di spesa della spending review (art. 17 del dl 95/2012). Ossia con decreto legge sulla base di requisiti minimi di sopravvivenza (350 mila abitanti e 2.500 chilometri quadrati di superficie) individuati dallo stesso esecutivo dopo una consultazione con i Consigli delle autonomie locali (Cal).

Contro questa procedura sono scese in campo le otto regioni di cui sopra più la Calabria. Tutte convinte che si tratti di norme illegittime per violazione del Titolo V e anche dei principi costituzionali in materia di decretazione d'urgenza.

Ma quali scenari potrebbero aprirsi dalla decisione dei giudici delle leggi? Una pronuncia di illegittimità costituzionale potrebbe mettere una pietra tombale sulla riforma Monti-Patroni Griffi, mentre in caso di non accoglimento del ricorso, la macchina per realizzare il riordino delle province, sospesa fino a fine anno dalla legge di stabilità 2013 (n. 228/2012), potrebbe ripartire. E dovrebbe farlo presto visto che entro il 31 dicembre 2013 il parlamento sarebbe chiamato ad approvare la nuova legge elettorale per eleggere i consigli provinciali, mentre entro la stessa data il governo dovrebbe emanare il nuovo decreto di riordino e accorpamento sulla base delle proposte avanzate dai Cal. Con la conseguenza che le regioni dovrebbero iniziare a riunirsi già dopo l'estate per elaborare le prime proposte. Nel frattempo ci sarà da mettere mano anche all'istituzione delle città metropolitane che avrebbero dovuto vedere la luce dal 1° gennaio 2014, ma risultano anch'esse congelate assieme a tutti gli adempimenti connessi con la loro istituzione.

La legge di stabilità 2013 ha infatti messo in stand-by anche il debutto dei nuovi enti che a Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria avrebbero dovuto prendere il posto delle province.

Il dl 95 prevedeva a questo proposito un iter piuttosto serrato che sarebbe dovuto iniziare con l'istituzione della conferenza metropolitana per approvare lo statuto del nuovo ente entro il 31 ottobre di quest'anno (in assenza di statuto sarà il sindaco del comune capoluogo a diventare sindaco della città metropolitana).

Ma la sospensione della riforma delle province, come detto, estende i suoi effetti anche alle città metropolitane spostando la data del loro debutto nella migliore delle ipotesi alla primavera del 2014. Intanto, con un quadro normativo già di per sé complesso e reso ancora più confuso da proroghe e ripensamenti, nelle province l'incertezza regna sovrana.

Per il momento gli enti continuano a esercitare le stesse funzioni di sempre (pianificazione territoriale, ambiente, trasporti, viabilità, edilizia scolastica) seppur in condizione di difficoltà strutturale, a seguito dei pesanti tagli operati dal governo sui bilanci 2012 e 2013. Mentre per quanto riguarda la governance il discorso è più variegato. Perché le amministrazioni attualmente in carica rimarranno tali fino alla fine del mandato anche oltre il 1° gennaio 2014. Mentre gli enti in scadenza quest'anno non sono stati rinnovati e hanno subìto il commissariamento. Con la conseguenza che una persona sola (di regola l'ex presidente o un ex consigliere) si trova ora a reggere da sola tutta la macchina amministrativa e le attuali funzioni. Un evidente deficit democratico che però, dice la legge, terminerà il 31 dicembre. Salvo proroghe che in Italia non si negano a nessuno.

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