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Fismic, intesa bocciata perchè anticostituzionale

del 07/06/2013
di: di Vincenzo Bacarani
Fismic, intesa bocciata perchè anticostituzionale
«Altro che intesa storica, come la vogliono definire. Qui siamo di fronte a un atto tra associazioni private che è anticostituzionale e che tende a difendere i privilegi degli interessati. Contro questa intesa faremo ricorso in tutte le sedi, anche alla Corte costituzionale». Il segretario generale della Fismic, Roberto Di Maulo, critica aspramente l'accordo raggiunto la scorsa settimana tra Confindustria e Cgil-Cisl-Uil sulla rappresentanza.

Domanda. Segretario, che cosa la colpisce negativamente?

Risposta. Innanzitutto lascia sconcertati l'assoluta assenza di una premessa al documento che lo contestualizzi e ne spieghi le ragioni. In un momento di grande crisi, con la disoccupazione al record storico, con esercizi commerciali che chiudono, con fabbriche che delocalizzano, con interi settori (siderurgia tra tutte) al collasso, con un cuneo fiscale che uccide il lavoro, un accordo sulla rappresentanza era l'ultima delle cose di cui sentivano la necessità i lavoratori e gli industriali. Pertanto non si può che rimanere allibiti di fronte all'esultanza con cui il governo e i partiti di sinistra hanno accolto questa intesa.

D. In dettaglio, quali sono i punti che non condivide?

R. L'intesa parte dall'assunto che dovranno essere accertati i dati della rappresentatività delle organizzazioni sindacali attraverso la certificazione delle deleghe e dei voti ottenuti nelle elezioni delle Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie, ndr). Nessuna certificazione è necessaria per le organizzazioni datoriali e chissà perché: evidentemente sono rappresentative per definizione e per scelta divina. Questa «certificazione» è impossibile per due buone ragioni: non viene considerato che nel settore privato non esiste un «Election Day», come nel pubblico impiego, e che si vota soltanto nei metalmeccanici (grandi e medie imprese), nei chimici (grandi imprese) e nel settore della grande distribuzione. Nel resto del mondo del lavoro da sempre non si effettuano regolari elezioni di Rsu, ma nomine delle Rsa (Rappresentanze sindacali aziendali, ndr) spettanti solo ai sindacati stipulanti il Ccnl (solitamente i tre confederali); inoltre la raccolta delle deleghe per il tramite della delega trattenuta dalle Aziende spetta solo ai sindacati stipulanti».

D. Ma chi certifica queste deleghe?

R. Il numero delle deleghe viene certificato dall'Inps e trasmesso al Cnel: a parte che ci sarebbe da obiettare sulla terzietà e neutralità di organismi composti in larga maggioranza dai firmatari stessi dell'accordo, della serie: chi controlla il controllore. Ma la vera questione è un'altra: secondo la legge 300/70 riformata dal referendum, oggi le aziende possono operare trattenute sindacali esclusivamente ai sindacati firmatari dei contratti collettivi. Vengono quindi escluse dalla possibilità di certificare propri iscritti tutte quelle sigle che non sono firmatarie del Ccnl e, quindi, per la proprietà transitiva, saranno conteggiate esclusivamente le deleghe di Cgil, Cisl, Uil. Ai fini della misurazione del voto espresso dai lavoratori vengono inoltre, è scritto nell'accordo, «ricompresi soltanto i voti validi ottenuti nelle elezioni delle Rsu dai sindacati firmatari la presente intesa». Ecco nuovamente una conventio ad excludendum assolutamente illegittima, autoritaria e anticostituzionale. Il voto dei lavoratori pesa soltanto se espresso a favore di una organizzazione firmataria l'intesa. Il Cnel, e non si capisce con quale competenza e garanzia di terzietà, raccoglie i dati, elabora e stabilisce per editto quale organizzazione sindacale può sedersi al tavolo del rinnovo del Ccnl, ovviamente scegliendo tra i sindacati firmatari della presente intesa e non tra tutti.

D. E per le contrattazioni di secondo livello?

R. Ecco, qui siamo al massimo della anti democraticità (e della assoluta inapplicabilità): al punto 7 dell'intesa si stabilisce che anche la titolarità della contrattazione di secondo livello spetta alle organizzazioni sindacali che abbiano i requisiti di cui sopra, impedendo ogni titolarità di diritti contrattuali a livello aziendale anche a sigle che abbiano il 100% della rappresentanza in azienda. Per meglio specificare il concetto, anche organizzazioni sindacali che non avessero raggiunto i requisiti a livello nazionale, ma li avessero ampiamente raggiunti a livello di unità produttiva, non potrebbero esercitare i diritti di rappresentanza a livello aziendale o locale, ma li avrebbero esclusivamente le organizzazioni sindacali che hanno superato i limiti nella misurazione a livello nazionale. Tutto questo anche se non avessero neanche un iscritto nell'unità produttiva in questione, con il risultato paradossale che chi è rappresentativo resta escluso dalla contrattazione di secondo livello, mentre chi non è rappresentativo esercita tutti i diritti.

D. In sostanza, chi ci guadagna da questo accordo e chi ci rimette?

R. Questo è un accordo consociativo che rafforza esclusivamente il potere di chi lo ha sottoscritto, blindando di fatto un'egemonia sulle forze del lavoro e presentando i firmatari come interlocutori forti di un governo debole e diviso. Aumenta il peso di lobbing di chi lo ha voluto e ripristina quel sistema immobilizzante della concertazione che il governo Monti aveva mandato in soffitta tra le cose vecchie. Non solo, quest'intesa rimette in pista la Fiom, che potrà continuare a giovarsi del doppio vantaggio di essere contemporaneamente al governo e all'opposizione. Gli altri due sindacati, anche associandosi, non raggiungeranno mai il 51% dei consensi previsti per validare un contratto. Quindi possiamo dire che è un'intesa Cgil-centrica. Inoltre questo accordo mette ai margini della clandestinità tutte le organizzazioni sindacali libere da condizionamenti politici e per questo giudicate scomode anzitutto da Confindustria e dalla signora Camusso. Ripristina «l'idillio» nato due estati fa tra Squinzi e la Camusso, costretto ad andare nel dimenticatoio per l'opera positiva del governo Monti e negativa della Fiom.

D. Quali sono allora le reali finalità di questo accordo?

R. Prima di tutto occorre dire che questo è un accordo non voluto e non richiesto da nessuno degli associati alle organizzazioni firmatarie, che hanno ben altri problemi, ma è stato salutato con altisonanti paroloni: gran parte dei media lo hanno definito storico. E invece è stato concluso soltanto per sancire l'accrescere di peso politico di chi lo ha firmato nello scenario, desolante, della politica nazionale e per ribadire una pretesa egemonia su tutte le forze del lavoro. In ultima analisi, si tratta di un'intesa nata soltanto per contrastare il declino e il crescente distacco esistente tra le organizzazioni firmatarie e le loro rispettive basi, per arginare dissensi e novità come quelle costituite dalla contrattualistica Fiat.

D. In questo quadro che cosa intende fare la Fismic?

R. La Fismic contrasterà questo accordo fino in fondo, sia riunendo tutte le forze del sindacalismo autonomo e partecipativo in un unico contenitore, sia chiamando tutti i potenziali esclusi a verificare le condizioni per ricorsi in sede amministrativa e giudiziaria da aprire congiuntamente.

Inoltre la Fismic, forte del fatto che la legge non può essere peggiorata da accordi e che, in tal caso, valgono le leggi dello stato e non gli accordi peggiorativi, farà riferimento a quanto disposto dalla giurisprudenza italiana in materia di lavoro e rappresentanza, a partire dal dettato costituzionale (che garantisce la libertà associativa e il diritto del lavoratore e della impresa a farsi rappresentare liberamente e senza vincolo alcuno), fino ad arrivare all'applicazione integrale della legge 300/70. E ciò facendo valere i diritti acquisiti da trenta anni di contrattazione nazionale, come per esempio avviene oggi nel contratto nazionale dell'industria metalmeccanica e dell'installazione di impianti. È inoltre mia intenzione anche promuovere una riunione con tutte le organizzazioni escluse dall'intesa, proponendo iniziative legali in comune sia in sede amministrativa (ricorso ai Tar) che in sede giudiziaria.

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