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Incarichi anche ai tecnici per insegnare all'università

del 25/04/2013
di: La Redazione
Incarichi anche ai tecnici per insegnare all'università
Anche il personale tecnico amministrativo delle università deve avere la possibilità di ottenere incarichi di insegnamento (anche gratuito) da parte delle università stesse. Lo ha sancito la Corte costituzionale con la sentenza n. 78 depositata ieri, che dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 1, comma 10, della legge 4 novembre 2005, n. 230 (Nuove disposizioni concernenti i professori e i ricercatori universitari e delega al governo per il riordino del reclutamento dei professori universitari). Il divieto introdotto dalla norma impugnata, successivamente abrogata dall'art. 29, comma 11, lettera c), della legge 30 dicembre 2010, n. 240, è diretto – osserva la Corte – esclusivamente nei confronti di una particolare categoria di dipendenti pubblici, nell'ambito delle diverse categorie dei dipendenti delle università, quale si configura il personale tecnico amministrativo, e non già nei confronti di una categoria generale. «Siffatta evidente diversità della disciplina di medesime categorie di dipendenti pubblici, sottoposti, tra l'altro, ai fini dell'eventuale svolgimento dell'incarico di insegnamento, all'ordinario regime autorizzatorio (…) non appare riconducibile ad alcuna ragionevole ratio giustificatrice, ed anzi risulta manifestamente irragionevole», osserva la Consulta, ricordando di avere «costantemente censurato norme discriminatrici di determinate categorie di dipendenti pubblici o privati per effetto di trattamento irragionevolmente differenziato», anche in specifico riferimento alle diverse categorie di dipendenti pubblici delle università.

Lombardia bocciata sul fai-da-te nelle assunzioni nella scuola - Con la sentenza n. 76 depositata ieri, la Corte costituzionale ha poi dichiarato illegittima una norma della regione (art. 8 della legge 7/2012) la quale, al fine di realizzare l'incrocio diretto tra la domanda delle istituzioni scolastiche autonome e l'offerta professionale dei docenti, prevedeva a titolo sperimentale, nell'ambito delle norme generali o di specifici accordi con lo Stato, per un triennio a partire dall'anno scolastico successivo alla stipula, che le istituzioni scolastiche statali potessero organizzare concorsi differenziati a seconda del ciclo di studi, per reclutare il personale docente con incarico annuale necessario a svolgere le attività didattiche annuali e favorire la continuità didattica. La norma prevedeva anche che fosse ammesso a partecipare alla selezione il personale docente del comparto scuola iscritto nelle graduatorie provinciali ad esaurimento. Secondo la Corte, però, in tal modo la Regione dispone in merito all'assunzione di una categoria di personale, appunto quello docente, che è inserito nel pubblico impiego statale: nell'attuale quadro normativo il personale scolastico è alle dipendenze dello Stato e non delle singole Regioni. Ne consegue che ogni intervento normativo finalizzato a dettare regole per il reclutamento dei docenti non può che provenire dallo Stato, trattandosi di norme che attengono alla materia dell'ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato.

Manovre fiscali delle regioni - Con la sentenza n. 77, depositata sempre ieri, la Corte costituzionale ha infine bocciato alcune disposizioni della provincia autonoma di Bolzano, tra cui una (art. 9, comma 1, della legge 15/2011 recante «Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione per l'anno finanziario 2012 e per il triennio 2012-2014-Legge finanziaria 2012») relativa alla possibilità che «fermo restando il termine previsto dall'ordinamento regionale per l'approvazione del bilancio di previsione dei comuni, questi possono adottare provvedimenti in materia tributaria e tariffaria anche dopo l'adozione del bilancio di previsione, limitatamente alle materie sulle quali sono intervenute modificazioni legislative per l'anno di riferimento, ovvero altri atti normativi che incidono sulle modalità di applicazione del tributo o della tariffa». Secondo la Corte è troppo generico il riferimento a «provvedimenti in materia tributaria e tariffaria», il cui novero, pertanto, non è riducibile soltanto ad una determinata tipologia di intervento, e la formulazione non permette di giungere all'interpretazione selettiva auspicata dalla provincia, secondo cui la norma riguarderebbe i soli provvedimenti di conformazione alle modifiche legislative sulle modalità di applicazione di aliquote e tariffe. «Sicché», osservano i giudici, «la norma impugnata, in forza della portata prescrittiva che emerge pianamente dalla sua formulazione, è tale da consentire, anche senza vincoli quantitativi, la modifica di aliquote e tariffe oltre i termini di approvazione del bilancio di previsione, (…) in contrasto con il principio di contestualità tra bilancio di previsione degli enti locali e fissazione di aliquote e tariffe desumibile dal comma 16 dell'art. 53 della legge n. 388 del 2000».

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