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Paradisi fiscali: Trust non è sinonimo di evasione

del 20/04/2013
di: Stefano Loconte
Paradisi fiscali: Trust non è sinonimo di evasione
Il trust non può essere sinonimo di evasione fiscale. Recenti notizie di stampa internazionale hanno fatto emergere la presenza di diversi trust istituiti nei cosiddetti paradisi fiscali con apparenti finalità elusive o evasive. Al di là del gossip finanziario e del clamore delle notizie apparse colpisce aver visto la medesima stampa parlare dei trust come di strumenti finalizzati alla realizzazione di obiettivi illeciti con una rappresentazione della realtà completamente errata oltre che semplicistica e priva di senso.

Al di là della circostanza che proprio i medesimi trust di cui si è occupata la stampa potrebbero essere pienamente legittimi, l'esperienza ci ha insegnato che il trust rappresenta una vera e propria pietra d'angolo dell'economia mondiale e si pone come strumento principe nella gestione dei patrimoni, permettendo il raggiungimento di obiettivi che gli istituti tipici del nostro diritto civile non avrebbero mai consentito di ottenere.

Un trust può sicuramente prestarsi a un utilizzo strumentale all'evasione e/o all'elusione fiscale ma non più di un qualsiasi altro strumento giuridico a disposizione nei vari ordinamenti mondiali e la semplice presenza di una parola di derivazione anglofona non può sic et simpliciter legittimare la demonizzazione dell'istituto.

Se un trust ha sede in un paese straniero che non scambia informazioni è il regime giuridico di tale Stato che non consente lo scambio di informazioni ma non solo per il trust ma anche per le società, le fondazioni e qualsiasi altra persona, fisica o giuridica.

Sono trascorsi oltre 20 anni dall'entrata in vigore in Italia della Convenzione de L'Aia del 1° luglio 1985 sulla legge applicabile ai trust e sul loro riconoscimento e possiamo ormai serenamente affermare che l'istituto giuridico ha piena legittimazione nel nostro ordinamento al pari degli altri istituti contemplati nel nostro codice civile e nella disciplina speciale. La mancanza di una normativa specifica amplifica soltanto il valore aggiunto dell'istituto, rendendolo ulteriormente elastico e plasmabile alla risoluzione delle specifiche esigenze per le quali vi si fa ricorso.

All'interno del percorso virtuoso che ha portato a tale legittimazione, un plauso deve sicuramente essere fatto all'Autorità giudiziaria che, incalzata dalla migliore dottrina, con l'autorevolezza di oltre 100 sentenze emesse negli ultimi dieci anni, ha sancito la piena legittimità dei c.d. «trust interni», ossia di quei trust il cui unico elemento di estraneità rispetto all'ordinamento giuridico nazionale è rappresentato dalla legge regolatrice, riconoscendo, quindi, la piena tutela dei diritti di tutti i soggetti coinvolti.

Il legislatore, pur con un intervento a volte pieno di contraddizioni e migliorabile sotto svariati profili, ha posto un altro tassello importante nel percorso di legittimazione con il riconoscimento del trust quale soggetto passivo d'imposta ai fini delle imposte dirette. Più articolata la situazione sotto il profilo dell'imposizione indiretta in quanto l'Agenzia delle Entrate ha ripetutamente interpretato la normativa nel senso di ritenere applicabile a tutti i trust, indipendentemente dalla loro natura e struttura, l'imposta sulle successioni e donazioni sulla base di una presunta equiparazione dei «negozi segregativi» ai «vincoli di destinazione» e facendo rientrare, di fatto, tutte le tipologie di trust all'interno della stessa fattispecie impositiva.

Tale impostazione risulta palesemente errata in quanto non esiste il trust in senso assoluto ma esistono i trust, con differenti scopi e finalità e in considerazione di tali diverse peculiarità e degli obiettivi finali deve potersi applicare la tassazione più adeguata.

Anche in questo caso, la giurisprudenza sta, unanimemente, sancendo l'applicazione del corretto principio giuridico fiscale, annullando gli atti impositivi inopinatamente emessi dall'Amministrazione finanziaria.

La prassi ha ampiamente dimostrato che il valore aggiunto che il trust può dare rispetto ai normali istituti e strumenti del diritto civile, nel rispetto dei principi inderogabili e di ordine pubblico del nostro ordinamento, giustifica ampiamente il sempre maggiore rilievo che l'istituto sta incontrando anche nel nostro Paese, in linea con tutte le più importanti giurisdizioni del mondo. Agli operatori del settore il compito di farlo sviluppare in maniera sana e per il raggiungimento di scopi meritevoli di tutela, al Legislatore prima, e all'Agenzia delle Entrate dopo, il compito di dotarlo di meccanismi impositivi corretti e ancorati alla effettiva realtà giuridica.

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