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Assonime, Abi, Ania: Cfc non è presunzione assoluta

del 04/03/2010
di: Valerio Stroppa
Assonime, Abi, Ania: Cfc non è presunzione assoluta
La norma che non consente di richiedere la disapplicazione della tassazione per trasparenza dei redditi delle imprese controllate estere qualora l'utile di queste ultime sia formato prevalentemente da «passive income» non può valere come presunzione assoluta. E la mancata presentazione dell'istanza di interpello disapplicativo del regime Cfc non preclude al contribuente la possibilità di fornire in giudizio prova delle valide ragioni economiche delle operazioni poste in essere. È quanto ha affermato il tavolo interassociativo formato da Abi, Ania, Assonime e Confindustria in un documento relativo alla nuova disciplina delle Cfc (articolo 167 del Tuir), (art. 13 del dl 78/2009). Riguardo al primo punto, le associazioni ritengono che il comma 5-bis dell'art. 167 del Tuir, introdotto dalla manovra d'estate, non dovrebbe avere effetti preclusivi della possibilità di ottenere il riconoscimento dell'esimente di cui all'art. 167, c. 5, lett. a) del Tuir. Viceversa, si creerebbe «un regime irrazionale e non rispondente alle sue realtà di fondo».

Nel sistema francese (dal quale è stata mutuata la disposizione) la prevalenza di redditi esteri di natura finanziaria (passive income) «ha il solo effetto di rovesciare sul contribuente l'onere di provare, in sede di eventuale controllo, che le motivazioni non fiscali dell'insediamento estero sono comparativamente più rilevanti di quelle fiscali». Un'ulteriore criticità attiene alla procedura di interpello obbligatorio per la disapplicazione del regime Cfc. Le associazioni ritengono che, in linea col diritto comunitario, spetta sempre al giudice la valutazione dell'esistenza di pratiche abusive.

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