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Iniezioni di liquidità la toppa agli avanzi gonfiati

del 22/03/2013
di: Matteo Barbero
Iniezioni di liquidità la toppa agli avanzi gonfiati
Da un lato l'allentamento del Patto di stabilità interno, per consentire a comuni e province l'utilizzo delle risorse ferme in cassa e per sbloccare i pagamenti delle regioni a favore delle stesse amministrazioni locali. Dall'altro un'ulteriore iniezione di liquidità attraverso l'istituzione di nuovi fondi rotativi per tutti gli enti territoriali.

Si poggia su due gambe la strategia elaborata dal governo per sciogliere il nodo dei debiti della p.a. locale verso le imprese. Il primo intervento mira a rendere finalmente utilizzabili i soldi che sindaci e presidenti hanno finora dovuto tenere bloccati a causa dei vincoli del Patto (circa 14,5 miliardi in tutto, secondo Anci e Upi). Il comunicato del governo fa riferimento agli «avanzi di amministrazione disponibili», anche se questi non sempre nascondono una reale disponibilità di cassa. L'avanzo, infatti, è pari al fondo di cassa maggiorato dell'importo dei residui attivi (ovvero dei crediti) e ridotto dell'importo dei residui passivi (ovvero dei debiti). Non è infrequente che l'avanzo sia «gonfiato» da una sovrastima dei residui attivi (spesso conservati in bilancio anche se ormai inesigibili). In tali casi, la reale capacità di pagamento è inferiore alla dimensione dell'avanzo. Il che significa che gli enti potrebbero non avere risorse sufficienti per far fronte a tutti i propri debiti. Per ovviare a tale criticità, il governo ha previsto anche interventi volti a pompare altra liquidità sui loro conti di tesoreria. Una prima misura consiste nell'escludere dal Patto delle regioni i pagamenti effettuati sui residui passivi a cui corrispondono residui attivi di comuni e province. In pratica, l'obiettivo è facilitare i flussi di cassa delle regioni verso gli enti locali, affinché questi ultimi possano, a loro volta, onorare le fatture verso i fornitori. In aggiunta, dovrebbero vedere la luce nuovi fondi rotativi, analoghi nel funzionamento a quello previsto dal dl 174/2012 (quindi con obbligo di restituzione in un arco temporale certo e sostenibile), ma non riservati agli enti prossimi al dissesto (e quindi con meno vincoli per i beneficiari).

Per tradurre sul piano operativo questo disegno, si possono ipotizzare diverse modalità di azione. Certamente, l'alleggerimento del Patto passerà attraverso l'introduzione di una deroga (circoscritta al 2013) per le spese relative ai cofinanziamenti nazionali dei fondi strutturali (si veda l'altro articolo in pagina). Si tratterà di capire in che forma essa verrà prevista. L'attuale disciplina del Patto già consente di sterilizzare la quota di risorse provenienti dall'Ue, che, però, vanno escluse sia dalle entrate che dalle spese rilevanti. In relazione ai cofinanziamenti, invece, il governo fa riferimento solo alle spese, il che potrebbe rappresentare una maggiore apertura. Non è escluso, peraltro, che l'Esecutivo intenda potenziare il meccanismo di cui all'art. 3, comma 1, del dl 201/2011. Tale disposizione ha stabilito l'esclusione dei cofinanziamenti, per 1 miliardo all'anno nel triennio 2012-2014, dal Patto delle regioni, con onere a carico di queste ultime di utilizzare gli spazi finanziari liberati per favorire maggiori pagamenti da parte degli enti locali attraverso l'istituto del Patto regionalizzato.

Per sbloccare gli altri pagamenti, invece, la soluzione più semplice pare essere quella, già sperimentata più volte in passato, di autorizzare comuni e province ad emettere mandati extra Patto entro un tetto massimo fissato in base alla dimensione del proprio stock di debiti. È quanto disposto, per esempio, dall'art. 9-bis, comma 1, del dl 78/2009, che aveva dato il via libera a pagamenti per un importo non superiore al 4% dei residui passivi in conto capitale risultanti dal rendiconto di ciascun ente.

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