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Patto di stabilità: dalla Ue ossigeno alle imprese

del 19/03/2013
di: di Luigi Chiarello
Patto di stabilità: dalla Ue ossigeno alle imprese
Svincolo del patto di stabilità interno per i comuni virtuosi, così da sbloccare immediatamente i pagamenti a favore delle imprese fornitrici. Ed emissione di titoli di stato, in due mega-tranche: un prima, da 50 miliardi di euro, per il 2013 e una seconda, da 30-40 miliardi di euro, nel 2014. Il tutto sulla falsariga di quanto fatto in Spagna. Secondo quanto risulta a ItaliaOggi, sono queste le ipotesi di lavoro giunte da Roma sul tavolo della Commissione Ue, dopo l'allentamento dei vincoli del patto di stabilità europeo per il pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni italiane. Decisione assunta giovedì mattina dai commissari europei Olli Rehn e Antonio Tajani, il primo incaricato di presiedere agli affari economici e monetari dell'Unione, il secondo all'industria e imprenditoria. Decisione assunta sulla base di un semplice principio, che una fonte della commissione a ItaliaOggi spiega così: «Non è accettabile che lo Stato italiano si finanzi a basso costo sulla pelle delle imprese».

Ergo, presto partirà un piano straordinario per pagare le imprese creditrici della p.a. E Bruxelles chiuderà un occhio sulla ulteriore formazione in Italia di debito pubblico e deficit. Infatti, secondo stime Ue il piano di pagamento dovrebbe portare allo sfondamento del 130% del rapporto debito/pil. A fronte di ciò, però, la commissione europea si è impegnata a non aprire verso l'Italia alcuna procedura di infrazione per debito eccessivo. Derogando così agli stretti vincoli imposti dal «Six-Pact»; quel pacchetto legislativo composto da sei regolamenti in materia economico-finanziaria, entrato in vigore il 12 dicembre 2011 per costringere gli stati membri a politiche di bilancio più rigorose.

Fonti della Commissione europea spiegano a ItaliaOggi, che «si tratta di una decisione una tantum, presa dalla Commissione Ue con la ratio di far applicare definitivamente la direttiva europea sui pagamenti della p.a. (2011/7/Ue del 16 febbraio 2011, recepita in Italia col dlgs 192/2012)». Ma che, comunque, non si tratta di qualcosa di anomalo o fuori dalle leggi. Piuttosto, spiegano, «è una deviazione temporanea di percorso, che utilizza strumenti già esistenti nel patto di stabilità europeo». Ma vediamo come è maturata la decisione Ue, giunta nei giorni in cui il governo Monti è alle battute finali. Cioè all'ordinaria amministrazione, in attesa che il rinnovato parlamento dia vita ad un nuovo esecutivo.

Il contesto. Lo scenario è quello di un'Europa scossa dalla decisione Ecofin del 16 marzo scorso, che garantisce aiuti per circa 10 mld di euro al governo di Nicosia (Cipro), in cambio di un pesante prelievo forzoso sui depositi bancari (9,9% su tutti i depositi superiori a 100 mila euro e 6,75% per quelli inferiori).

In pieno allarme mediatico-finanziario, ieri giungeva da Bruxelles una nota congiunta dei commissari europei Olli Rehn e Antonio Tajani, che recita: «La liquidazione di debiti commerciali (dello Stato in favore delle imprese creditrici, ndr) potrebbe rientrare tra i fattori attenuanti (del patto di stabilità e crescita, ndr)».

Si tratta di una piccola frase dalle enormi ricadute perché, se diventa conseguenziale presso i rubinetti di cassa delle pubbliche amministrazioni, potrebbe spalancare le porte della ripresa. Secondo alcune stime circolanti, infatti, i debiti pregressi della p.a. italiana verso le imprese fornitrici ammonterebbero a una cifra compresa tra 70 e 100 mld di euro. E il pagamento degli stessi potrebbe far ripartire investimenti per 15-16 mld di euro. Con effetti benefici anche per lo spread.

La dichiarazione dei due commissari va inquadrata nel più ampio scenario relativo all'entrata in vigore della nuova direttiva Ue sui pagamenti della p.a. La normativa, nota anche come direttiva Tajani, impone alle amministrazioni pubbliche pagamenti a 30 giorni, anche quando i debiti riguardino edilizia e lavori pubblici. Cioè le costruzioni. Ma che possono diventare 60 giorni nel caso in cui a pagare debbano essere Asl e ospedali.

Questa direttiva però, spiegano i due commissari, «non si applica necessariamente all'ammontare del debito commerciale pregresso». In particolare, rilevano Rehn e Tajani, «nel caso dell'Italia, le autorità hanno deciso che le nuove regole si applicheranno solo ai contratti conclusi a partire dal 1° gennaio 2013».

E il debito precedentemente accumulato? I commissari europei la spiegano così: «Una soluzione realistica al problema dell'ammontare di debito commerciale pregresso (che si stima essere di notevoli dimensioni) deve, probabilmente, prevedere un piano di liquidazione avente come obiettivo quello di portare tale ammontare di debito pregresso a livelli non attribuibili a ritardi nei pagamenti (livelli fisiologici) in tempi relativamente brevi».

Che tradotto, significa: bisogna varare un piano straordinario per pagare al più presto le imprese e normalizzare i debiti delle p.a. Un piano, spiegano Rehn e Tajani, che «preveda adeguate misure contro il rischio di comportamenti opportunistici da parte delle pubbliche amministrazioni titolari del debito pregresso». Comportamenti che i commissari bollano apertamente come «azzardo morale».

Il problema, però, resta il come pagare. Ai due commissari non sfugge che «la liquidazione del debito commerciale pregresso» determini «un corrispondente aumento nel debito pubblico». Di più: «La parte di questo (debito) corrispondente a spesa per investimenti» impatta direttamente «sul deficit pubblico». Cosa non tollerabile dai trattati in vigore, per via degli stretti vincoli del patto di stabilità e crescita. Quindi che fare?

La via d'uscita che Rehn e Tajani indicano nella nota congiunta è uno slalom tra le regole: «Il quadro normativo europeo in tema di sorveglianza di bilancio pubblico», scrivono, «non prevede uno speciale trattamento per specifiche voci di spesa che incidono sul debito e sul deficit».

Al contrario, «il patto di stabilità e crescita permette di prendere in considerazione fattori significativi in sede di valutazione della conformità del bilancio di uno Stato membro con i criteri di deficit e di debito del patto stesso».

In sostanza, Bruxelles ventila una maggiore elasticità del patto di stabilità, che consenta di contabilizzare «la liquidazione di debiti commerciali», in modo tale che rientrino «tra i fattori attenuanti» dello stesso. E, di conseguenza, non facciano scattare la procedura d'infrazione.

Sia come sia, intanto, la Commissione si è detta pronta «a cooperare con le autorità italiane per aiutare l'attuazione tecnica del piano di liquidazione del debito commerciale pregresso».

E ha aggiunto che «accoglierebbe con favore la disponibilità di informazioni più dettagliate ed aggiornate sull'attuale ammontare di tale debito da parte di ogni livello di amministrazione pubblica».

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