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Sussidi e indennità anche senza carta di soggiorno

del 16/03/2013
di: Beatrice Migliorini
Sussidi e indennità anche senza carta di soggiorno
È costituzionalmente illegittima la norma che subordina al possesso della carta di soggiorno, l'erogazione dell'indennità di accompagnamento e della pensione di inabilità. La rigidità dei requisiti crea disparità di trattamento. Lo ha stabilito la Corte costituzionale nella sentenza 40/2013, depositata ieri. La norma sotto la lente è l'articolo 80 comma 19, della legge 388/2000, recante le disposizioni per la formazione del bilancio dello Stato. La disposizione prevedeva infatti, che le provvidenze economiche, già qualificate come diritti soggettivi, potessero essere concesse solo ai titolari di carta di soggiorno o, ai titolari di un permesso di soggiorno della durata di non meno di un anno. La Corte spiega infatti come il sistema creato dalla norma, debba essere considerato non compatibile con la Carta costituzionale, in particolare con l'articolo 2, nella misura in cui, mette in serio pericolo una serie di «valori essenziali, coma la salvaguardia della salute, le esigenze di solidarietà rispetto a condizioni di elevato disagio sociale e i doveri di assistenza per le famiglie». La questione di legittimità costituzionale era stata sollevata, sia dal Tribunale di Urbino nel maggio 2011, sia da quello di Cuneo a distanza di pochi mesi, per ragioni sostanzialmente identiche. Entrambi i giudici a quo infatti, lamentavano, anche se per vicende differenti, il contrasto del già citato articolo 80, sia con gli articoli 2, 3, 32, 38 e 117 comma 1 della Costituzione, sia con l'articolo 14 della Convenzione europea per i diritti dell'uomo, in materia di divieto di discriminazione. I casi hanno avuto entrambe a oggetto il diniego delle indennità, come conseguenza del mancato possesso della carta di soggiorno. In un caso l'assistenza è stata rifiutata ad un minore che, nonostante il permesso di soggiorno ottenuto per ricongiungimento familiare e le sue compravate condizioni sanitarie, non aveva ancora trascorso in Italia i cinque anni necessari per entrare in possesso del documento richiesto. Nel secondo caso invece, la vicenda ha riguardato un cittadino straniero che, nonostante fosse stato riconosciuto invalido con totale e permanente inabilità lavorativa, non era riuscito ad ottenere le provvidenze, dato che era in possesso solo del permesso di soggiorno regolarmente rinnovato. In giudizio, si è costituito l'Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps), sostenendo l'infondatezza delle questioni, nella misura in cui «dovrebbe ritenersi frutto di una scelta legislativa, discrezionale ma legittima, quella di differenziare le prestazioni in favore degli stranieri, trattandosi in questo caso di una provvidenza di natura assistenziale e non di un diritto di natura previdenziale». Riuniti i procedimenti per comunanza di oggetto, la Consulta ha ritenuto fondati i dubbi di legittimità costituzionale. La corte ha sottolineato infatti, che se da un lato può essere lecito il subordinare l'erogazione dei servizi assistenziali al possesso della carta di soggiorno, deve però essere preso in considerazione il fatto che, per ottenere detta carta, sono necessari dei requisiti assolutamente restrittivi come, la disparità di un reddito non inferiore all'importo annuo dell'assegno sociale, la disponibilità di un alloggio ai requisiti minimi di edilizia residenziale pubblica e il possesso da almeno cinque anni di un permesso di soggiorno in corso di validità. Il legislatore, spiega la Corte, ha quindi creato «una variegata gamma di presupposti limitativi, che hanno avuto come diretta conseguenza il verificarsi di una indubbia disparità di trattamento tra stranieri e cittadini, particolarmente grave dato il diretto coinvolgimento dei diritti fondamentali della persona».

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