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Il nido non c'è? Madri costrette a lasciare il lavoro

del 13/03/2013
di: di Simona D'Alessio
Il nido non c'è? Madri costrette a lasciare il lavoro
Addio all'impiego, perché l'assistenza al neonato (non accettato al nido) non si riesce più a conciliare con gli orari lavorativi e si è privi di «parenti di supporto». Sono le motivazioni più frequenti per le quali, nel 2012, 18.454 donne sono state costrette a rassegnare le dimissioni. Un trend in ascesa, poiché secondo le cifre diffuse ieri dal ministero del welfare, l'anno precedente a lasciare il posto erano state 17.175 madri, ma subisce un incremento pure il numero dei padri nella medesima condizione: se, infatti, nei 12 mesi passati se ne contavano 733, nel 2011 il calcolo si fermava a 506 (+45%). Il monitoraggio è avvenuto stavolta alla luce delle novità legislative introdotte dalla legge 92/2012 (la riforma del mercato del lavoro della titolare uscente del dicastero, Elsa Fornero), ossia le procedure obbligatorie di convalida delle dimissioni e delle risoluzioni consensuali. Se, dunque, l'assenza di un sostegno nella cura del bambino rappresenta la molla principale per cui si decide di lasciare l'occupazione fuori casa, si segnala come incidano nella scelta finale anche la mancata concessione del regime di part-time o dell'orario flessibile, nonché la volontà della donna di dedicarsi esclusivamente alla famiglia; la regione nella quale si registrano più dimissioni è la Lombardia (4.980), fanalino di coda è, invece, la Calabria (meno di 300), tuttavia sulle somme incide il differente tasso di occupazione, in parte aggravato dalla crisi economica, fra le due aree del paese. La legge 92, sottolinea la consigliera di parità Alessandra Servidori, contiene delle misure a tutela delle madri lavoratrici, estese fino al terzo anno di vita del figlio, prevedendo inoltre l'ampliamento anche al padre di un piccolo di età inferiore ai tre anni.

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