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Le royalty gonfiate mandano la società a tappeto

del 28/02/2013
di: Valerio Stroppa
Le royalty gonfiate mandano la società a tappeto
Le royalties gonfiate mandano la società italiana al tappeto contro il fisco. I principi di valutazione del valore normale dettati dall'Ocse e l'indagine svolta dai verificatori presso altri operatori dello stesso settore in cui opera il contribuente sono sufficienti per comprovare l'elusività dei prezzi di trasferimento praticati. A questa conclusione è giunta la sezione tributaria della Cassazione con la sentenza n. 4927/2013, depositata ieri. Il caso vedeva una multinazionale americana ricorrere contro l'Agenzia delle entrate per l'annullamento della pronuncia n. 137/18/06 della Ctr Lombardia. Quest'ultima, ribaltando il verdetto di primo grado, ha validato l'operato dell'ufficio che ha disconosciuto la deducibilità delle royalties pagate dalla società italiana alla casa madre americana in un contratto di licenza d'uso di software. La contribuente aveva versato il 30% dei compensi. Secondo l'Agenzia, invece, il valore normale delle royalties era pari al 7%. Seguendo le indicazioni operative fornite nella circolare n. 32/1980 in tema di beni immateriali e rafforzando le valutazioni con un'indagine presso altre realtà del settore, la differenza è stata quindi recuperata a tassazione. Secondo la difesa i giudici di appello non avevano tenuto in considerazione documenti decisivi quali i contratti di distribuzione aventi ad oggetto prodotti similari, il metodo del confronto del prezzo e un parere di congruità reso da uno studio legale. Tesi che però non convince gli ermellini. Le linee guida Ocse in materia di valutazione sul transfer pricing, recepite nella circolare del 1980, impongono di individuare il prezzo di piena concorrenza «che sarebbe stato pattuito tra imprese indipendenti». A ciò si deve aggiungere, prosegue il collegio di legittimità, «la finalità elusiva ravvisabile nella pattuizione tra la contribuente e la controllante Usa, evidenziando la certa convenienza da parte della società ricorrente di ridurre il proprio reddito, aumentando di riflesso quella della controllante». A fronte di un'imposizione in Italia superiore al 30%, infatti, nello stato del Delaware il prelievo fiscale era dell'8,7%. Da qui il rigetto del ricorso.

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