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E sulle auto aziendali l'accertamento è azzerato

del 29/01/2013
di: Maurizio Tozzi
E sulle auto aziendali l'accertamento è azzerato
Auto aziendali, redditometro azzerato. La nuova disciplina del reddito diverso già delimita l'importo massimo attribuibile all'utilizzatore, sempre pari all'equivalente del fringe benefit. O si forma reddito diverso, in caso di mancato corrispettivo, anche parziale, oppure si paga l'importo necessario per l'utilizzo nella ricostruzione sintetica potrà rilevare esclusivamente questa uscita monetaria. Nel resto, i costi di gestione, ordinaria e straordinaria, sono tutti dell'azienda che è già sottoposta all'articolo 164 del Tuir: non esistono margini per attribuirli al contribuente nella sfera privata, posto che egli già ha pagato il quantum normativo per la fruizione del bene. La lettura combinata della disposizione in materia di beni d'impresa in godimento privato, delle relative circolari esplicative ed in particolare della n. 36 del 2012, nonché dell'articolo 2, comma 2, del dm 24 dicembre 2012 e della tabella A, «consumi», con specifico riferimento ai «trasporti», conduce a conclusioni «forti» rispetto alla (non) applicabilità della ricostruzione induttiva per quanto concerne l'utilizzo delle vetture aziendali da parte delle persone fisiche. Il citato comma 2 dell'articolo 2 del decreto attuativo recita: «Non si considerano sostenute dalla persona fisica le spese per i beni e servizi se gli stessi sono relativi esclusivamente ed effettivamente all'attività di impresa o all'esercizio di arti e professioni, sempre che tale circostanza risulti da idonea documentazione». Non appare rilevante il concetto di reddito d'impresa o di lavoro autonomo, ma l'esclusivo utilizzo a tale fine del bene medesimo: dunque anche in presenza di beni le cui spese, in forza della disciplina fiscale, sono parzialmente deducibili, nel caso di idonea documentazione che ne attesta l'esclusivo utilizzo aziendale (o professionale), il redditometro non può trovare applicazione.

Certo è che la locuzione dianzi richiamata proprio in relazione alle auto delle imprese sembra andare nella direzione opposta, perché la disciplina dei beni in godimento, nonché l'articolo 164 del Tuir, evidenziano proprio la supposizione che detti beni abbiano anche utilizzo privato e non «esclusivo ed effettivo» per l'attività. L'esclusione dal redditometro delle auto dell'impresa, però, transita per l'adeguata valutazione di quanto previsto nella tabella A, alla voce consumi per trasporti, del dm attuativo. In tale prospetto si evince che le spese di circolazione e assicurazione non sono valutate per i veicoli in maniera induttiva, in quanto trattasi di spese assolutamente tracciate e conosciute in riferimento al singolo contribuente; le stesse dunque rilevano per intero e nell'ammontare corrisposto. Nel caso delle auto aziendali tali spese sono pagate dall'impresa, che appunto si espone alla deducibilità limitata prevista dall'articolo 164 del Tuir. Sul fronte del pagamento (e dunque della manifestazione di ricchezza), nessun dubbio si pone, rimanendo il privato utilizzatore parziale del tutto estraneo. Questi infatti è tenuto solo a rispettare la normativa dei beni in godimento e i chiarimenti dell'amministrazione finanziaria, nello specifico quelli della circolare n. 36 del 2012. In tale documento di prassi si è giunti alla conclusione secondo cui una volta che l'utilizzatore ha corrisposto un importo almeno pari all'ipotetico fringe benefit risultante dalla vettura usata, in capo allo stesso non emerge reddito diverso, mentre per l'impresa restano sempre ferme le regole ordinarie di deduzione dei costi come previste dall'articolo 164 del Tuir. Dunque l'utilizzatore, ipotizzando un ipotetico fringe benefit pari a 3 mila euro, si trova innanzi a tre soluzioni: paga l'equivalente del fringe benefit, evitando il reddito diverso; paga parzialmente il fringe benefit. In tal caso, l'importo non pagato forma reddito diverso; non paga il fringe benefit, il cui intero ammontare forma reddito diverso. Questa è la sola manifestazione di ricchezza massima richiesta alla persona fisica, il quale è conscio che o provvede al pagamento oppure, anche in caso di corrispettivo parziale, vede formarsi in capo a sé un reddito diverso: in ogni caso, l'equivalente del fringe benefit rappresenta il suo impegno di spesa per il pagamento dell'utilizzo del veicolo. Ciò posto, sul fronte del redditometro, tolte le spese di circolazione e assicurazione, assolutamente sostenute dall'azienda, residuerebbe solo il ricalcolo induttivo ancorato ai KW del veicolo. La tabella A illustra che il meccanismo induttivo entra in gioco per le spese riferite ai pezzi di ricambio, olio e lubrificanti, carburanti e manutenzione. Già di fondo i problemi per l'applicazione del metodo induttivo sono diversi. Si pensi in primo luogo alla circostanza che non è dato sapere quale sia il «periodo» di effettivo utilizzo, a uso privato, della persona fisica che ottiene il veicolo. Pensare di utilizzare, per differenza, la percentuale di non deducibilità dei costi sarebbe un vero «orrore» fiscale: oggi si è addirittura all'80% e francamente è ridicolo pensare che un'auto aziendale abbia un simile utilizzo privato. La misura del 20%, invero, è solo un limite convenzionale, non convincente, che il legislatore fiscale ha introdotto nell'articolo 164 del Tuir in forza dei suoi poteri (utilizzati evidentemente per far cassa), ma riguarda solo la determinazione del reddito d'impresa o di lavoro autonomo. Ai fini del redditometro, dunque, servirebbe una stima dell'utilizzo, circostanza non certo semplice. Dopo di che è evidente che anche le spese indicate nella tabella A, dalla manutenzione al carburante, sono tutte sostenute dall'impresa e dedotte parzialmente secondo le regole dell'articolo 164 del Tuir. Pertanto se il principio del redditometro è che in relazione alle vetture si ipotizzano non soltanto i costi sostenuti, ma anche la potenziale propensione al risparmio, è evidente che il configurarsi di una precisa disposizione normativa, che già individua il reddito attribuibile all'utilizzo del veicolo lasciando in capo all'impresa la piena sostenibilità dei costi nella consapevolezza della deduzione limitata degli stessi, impedisce qualsiasi ricostruzione parametrica circa la propensione al risparmio del contribuente: quest'ultimo, infatti, effettua una precisa scelta di convenienza, non acquistando il veicolo (dunque non investendo) e optando invece per il pagamento di un importo massimo (ossia l'equivalente del fringe benefit), che in definitiva rappresenta il suo massimale di spesa per il veicolo in questione.

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