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Editoria, dar via una testata non è cessione d'azienda

del 26/01/2013
di: Stefano Chiodino dottore commercialista e revisore contabile
Editoria, dar via una testata non è cessione d'azienda
La cessione di una testata giornalistica insieme ad alcuni beni strumentali non configura il negozio giuridico della cessione di azienda con applicazione dell'imposta di registro in misura proporzionale ma cessione di singoli beni con conseguente applicazione dell'Iva su ogni cessione.

La Corte di cassazione con sentenza n. 1102 del 17 gennaio 2013 accoglie il ricorso proposto dall'Agenzia delle entrate avverso la sentenza della commissione tributaria regionale di Cagliari la quale aveva accolto il ricorso proposto da una società avverso l'avviso di rettifica con il quale l'Agenzia delle entrate, ritenendo essersi verificata una ordinaria cessione dei beni e non una «ipotizzata» cessione di azienda aveva recuperato l'Iva evasa sulla cessione di ogni singolo bene, materiale e immateriale.

La sentenza è interessante perché affronta due questioni controverse in giurisprudenza attinenti il principio del consolidamento del criterio impositivo e il potere di riqualificazione del negozio giuridico di cessione di azienda ad opera dell'amministrazione finanziaria. Sotto il primo profilo la Corte di cassazione rigetta l'argomentazione della società convenuta basata sull'illegittimità dell'azione accertativa in quanto era spirato il termine triennale stabilito dall'art 76 del dpr 131/1986 (Testo unico dell'imposta di registro) e non poteva pertanto essere «sfruttato», a vantaggio di una parte, il più ampio termine accertativo di cui all'art 57 del dpr 633/1972 (decreto Iva) applicabile per l'Iva, fissato al 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione. Per la Corte non può essere invocato il principio del consolidamento della pretesa impositiva, in base al quale è precluso al contribuente e all'amministrazione finanziaria la revisione del titolo di tassazione in base all'imposta di registro decorso il termine triennale di rettifica previsto dalla legge a pena di decadenza. Per la Corte, in base a un'interpretazione costituzionalmente e comunitariamente orientata, la riqualificazione di un atto tassato in base all' imposta di registro per ricomprenderlo nell'ambito dell'imposizione Iva, fa si che, per l'autonomia del potere accertativo in materia di Iva, sia applicabile la disciplina sui tempi di accertamento previsti per l'Iva. La Corte si discosta pertanto da un orientamento consolidato nella giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 7242 del 12/05/2003; Cass n. 7835 dell'11/06/2001), secondo il quale l'amministrazione finanziaria (e il contribuente) se intende contestare il titolo e/o i criteri dell'applicazione dell'imposta di registro a un determinato atto deve esercitare l'azione entro i termini previsti dalla legge e decorrenti dal giorno del pagamento o da quello in cui è sorto il diritto con la conseguenza che è preclusa l'azione per la modifica del titolo, del criterio impositivo e del criterio di tassazione adottato in base alla natura dell'atto oltre i termini tassativamente previsti dalla legge. Sotto il secondo profilo la Cassazione, in base all'articolo 20 del dpr 131/1986 per il quale l'imposta viene applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente, fa prevalere la causa reale rispetto all'aspetto cartolare. Da ciò ne deriva la riqualificazione del negozio giuridico, sulla base anche di un principio generale antiabuso immanente nell'ordinamento, tale per cui la cessione di una testata giornalistica insieme ad alcuni beni strumentali di modesto valore non configurerebbe un'azienda idonea a svolgere un'attività economica autonoma. Per la Corte la testata giornalistica sarebbe solo una componente di un'azienda, equiparabile al marchio, la cui cessione, si inquadrerebbe tra le prestazioni di servizi soggetta a Iva in base all'articolo 3 del dpr 633/1972 anche se avvenuta contestualmente a una cessione di azienda soggetta a imposta di registro. Per la Corte la singola cessione di beni materiali e immateriali non è idonea di per sé a integrare una potenzialità produttiva propria di un'impresa e pertanto le singole cessioni devono essere assoggettate a Iva.

Invero si rinvengono orientamenti della Cassazione i quali danno preminenza sia agli interessi effettivamente perseguiti dalle parti coinvolte nel contratto di cessione sia alla potenzialità dell'insieme dei beni ceduti, materiali e immateriali, all'esercizio di impresa senza che assuma rilievo il valore «economico» della componente materiale degli stessi (nella specie gli arredamenti di scarso valore economico). Appare utile ricordare un recente documento di prassi dell'amministrazione finanziaria (ris n. 33 del 10 aprile 2012) secondo la quale la cessione di attrezzature, unitamente ad altre risorse quali marchi e brevetti, purché dotati di potenzialità produttiva, configuri cessione di azienda come tale esclusa dal campo di applicazione dell'Iva mentre il trasferimento dei soli beni materiali quali le attrezzature configuri cessione di beni rilevante ai fini Iva.

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