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L'imprenditore agricolo non può vendere mobili

del 24/01/2013
di: di Marilisa Bombi
L'imprenditore agricolo non può vendere mobili
Non è consentita agli imprenditori agricoli la vendita di mobili in legno, né oggetti di carta, vetro o ceramica. Mentre non ci sono problemi per la vendita di decorazioni, oggettistica o addobbi realizzati con materiali provenienti dal fondo. Lo ha stabilito il ministero dello sviluppo economico, divisione IV, promozione della concorrenza, nella risoluzione 264073 del 31 dicembre 2012, in risposta a una società la quale chiedeva il parere al fine di una corretta interpretazione delle norme riguardanti l'attività commerciale consentita all'imprenditore agricolo, (art. 4 dlgs 228/2001 e art. 2135 codice civile). Nello specifico, l'impresa dubbiosa delle sue facoltà opera nel settore florovivaistico di propria produzione e commercia anche prodotti provenienti da altre aziende agricole, nonché prodotti agricoli e articoli connessi all'attività agricola. Il dubbio sorto riguarda, in sostanza, quest'ultimi prodotti, ovvero se tra i prodotti connessi possono farsi rientrare anche quei prodotti derivanti da attività non strettamente connesse alla trasformazione di prodotti agricoli, ma anche prodotti derivanti da attività collegate, ovvero prodotti la cui tipologia di realizzazione e i cui materiali di composizione configurino la nozione di connessione e valorizzazione della società agricola (per esempio, oggettistica, decorazioni, mobili e attrezzature da giardino in legno, vetro, ceramica e altre materie prime naturali). Nella citata nota, il Mise, dopo aver richiamato la disciplina di riferimento, afferma che dal combinato disposto della normativa risulta espressamente che i produttori agricoli sono legittimati a vendere prodotti non provenienti dai propri fondi, ma anche quelli che risultano oggetto di un ciclo industriale di trasformazione fermo, ovviamente, l'obbligo di rispettare il criterio della prevalenza rispetto al reddito complessivo e quello dei ricavi della vendita dei prodotti non provenienti dalle rispettive aziende che non può superare il valore massimo di 160 mila euro per gli imprenditori individuali e 4 milioni di euro per le società. Ma il limite concreto alla vendita, rileva il Mise, è riconducibile alla definizione di «imprenditore agricolo» stabilita dall'art. 2135 del codice civile, così come modificato dall'art. 1 del dlgs 228/2001 il quale tra le attività ammesse ha inserito anche le «attività connesse». Secondo il Mise, il fatto che il codice civile stabilisce che in quest'ultime rientrano le attività esercitate dal medesimo imprenditore, dirette alla manipolazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco, nonché le attività dirette alla fornitura di beni mediante l'utilizzazione di attrezzature e risorse dell'azienda, comporta che possa essere consentita soltanto la vendita di quei prodotti i cui materiali di composizione sono stati ottenuti dall'utilizzazione diretta di risorse proprie dell'azienda agricola.
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