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Concordato, la fattibilità decisa dai creditori

del 24/01/2013
di: Marcello Pollio
Concordato, la fattibilità decisa dai creditori
Per la Corte di cassazione la fattibilità del concordato spetta ai soli creditori, in quanto diretti interessati. Tuttavia bisogna distinguere tra fattibilità economica e fattibilità giuridica. Con la sentenza n. 1521 depositata ieri, le sezioni unite si sono pronunciate sulla nota querelle in merito al sindacato del tribunale in punto di fattibilità del concordato preventivo. La pronuncia tuttavia non metterà fine allo scontro giurisprudenziale, poiché molti sono gli aspetti che non vengono univocamente chiariti. Ciò che è certo è che al tribunale è sottratto ogni sindacato circa la convenienza della proposta ed anzi «la relativa valutazione (sotto i diversi aspetti della verosimiglianza dell'esito e della sua convenienza)» è rimessa al giudizio dei soli creditori. La sentenza, infatti chiarisce che «non rientra nell'ambito del controllo sul giudizio di fattibilità esercitabile dal giudice un sindacato sull'aspetto pratico-economico della proposta, e quindi sulla correttezza della indicazione della misura di soddisfacimento percentuale offerta dal debitore ai creditori». È giusto e coerente con l'impianto generale dell'istituto che siano i creditori a farsi esclusivo carico del rischio, una volta che vi sia stata corretta informazione sul punto. Non vi è dubbio, tuttavia, che spetti al giudice verificare la fattibilità giuridica del concordato e quindi esprimere un giudizio negativo in ordine all'ammissibilità quando modalità attuative risultino incompatibili con norme inderogabili. Il nuovo art. 160 l.f., contrariamente a quanto risultante dalla precedente formulazione, riconosce oggi la più ampia libertà di forma, limitandosi sostanzialmente a stabilire che l'imprenditore in stato di crisi può proporre ai creditori un concordato preventivo sulla base di un piano, del quale non è predeterminato il contenuto. Il modulo procedimentale delineato distingue dunque tre elementi, individuati rispettivamente in una domanda di accesso alla procedura, in una proposta rivolta ai creditori in essa contenuta, nella prospettazione di un piano, indicato come lo strumento idoneo a perseguire gli obiettivi delineati. Il debitore quindi ha la possibilità di proporre una qualsiasi soluzione, purché giuridicamente compatibile e non contraria all'ordinamento e purché sia prevista una minima percentuale di soddisfazione dei creditori. La proposta e il piano devono essere accompagnati dalla relazione di un professionista «che attesti la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano medesimo» (art. 161, terzo comma, l.f.). La sentenza sancisce che «alla stregua della non equivoca formulazione della disposizione da ultimo citata non sembra potersi dubitare del fatto che il legislatore ha inteso demandare esclusivamente al professionista il compito di certificare la veridicità dei dati rappresentati dall'imprenditore e di esprimere una valutazione in ordine alla fattibilità del piano dallo stesso proposto».

Il professionista chiamato a esprimersi con il giudizio di attestazione dei dati e della fattibilità deve quindi avere idonee professionalità e garantire una corretta attuazione del dettato normativo. Deve dunque ritenersi che egli, benché nominato dall'imprenditore (ed oggi sottoposto a specifiche e gravi responsabilità), svolga funzioni assimilabili a quelle di un ausiliario del giudice, come pure si desume dal significativo ruolo rivestito in tema di finanziamento e continuità aziendale (art. 182 quinquies l.f. introdotto dal dl 83/2012), «circostanza questa che esclude che destinatari naturali della funzione attestatrice siano soltanto i creditori e viceversa comporta che il giudicante ben possa discostarsi dal relativo giudizio, così come potrebbe fare a fronte di non condivise valutazioni di un suo ausiliario». La partita è ancora aperta e il boccino è certamente in mano al professionista che attesta la fattibilità del piano e della proposta.

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