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Ultrainteressi non dovuti il recupero è ostico

del 16/01/2013
di: di Dario Ferrara
Ultrainteressi non dovuti il recupero è ostico
Il correntista deve dimostrare di aver effettivamente pagato gli interessi non dovuti per poter riavere i soldi dalla banca: non basta, da sola, l'illegittimità della clausola che dispone tassi ultralegali e commissione di massimo scoperto non pattuiti in modo valido. Insomma: affinché l'azione di ripetizione dell'indebito possa trovare ingresso, è necessario che l'istituto alla chiusura del conto abbia preteso la restituzione del saldo finale nel cui computo risultano compresi gli interessi non dovuti. Per il cliente è inutile prendersela con il debito «sostenuto come illegale». È quanto emerge dalla sentenza 798/12, pubblicata il 15 gennaio dalla terza sezione civile della Cassazione.

Fatti concludenti

Bocciato il ricorso del correntista che pure evidenzia l'applicazione di interessi e commissioni «fuorilegge». L'annotazione in conto corrente di una posta di interessi non dovuta comporta un incremento del debito del correntista oppure una riduzione dei credito di cui il cliente ancora dispone, ma in nessun modo può risolversi in un pagamento a favore della banca, nel senso che non vi corrisponde alcuna attività solutoria in favore dell'istituto di credito. Le conseguenze sono tutt'altro che trascurabili: il correntista può soltanto agire per far dichiarare la nullità del titolo su cui è fondato l'addebito non dovuto, in modo da poter recuperare una maggiore disponibilità di credito nei limiti del fido che gli è stato accordatogli. Deve invece essere escluso che possa agire la ripetizione di un pagamento che, in quanto tale, da parte sua non ha ancora avuto luogo. Di pagamento, in una situazione del genere, si potrà dunque parlare soltanto dopo che si è concluso il rapporto di apertura di credito in conto corrente, quando la banca ha preteso dal correntista la restituzione del saldo finale che comprende gli interessi non dovuti e perciò da restituire se corrisposti dal cliente all'atto della chiusura del conto.

È appena il caso di evidenziare che, mentre ancora pende l'apertura di credito, non c'è stato alcun pagamento da parte del correntista che non si è avvalso della facoltà di effettuare versamenti, almeno prima del momento in cui, chiuso il rapporto con l'istituto di credito, egli provvede a restituire alla banca il denaro in concreto utilizzato. Ecco perché, insomma, deve essere confermata la decisione di merito contraria a una ditta individuale che sottolinea come il correntista sia venuto meno all'onere di provare la corresponsione degli interessi.

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