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Imprenditore: evasione, non sempre è reclusione

del 13/12/2012
di: di Debora Alberici
Imprenditore: evasione, non sempre è reclusione
A carico dell'imprenditore indagato per evasione fiscale non scatta necessariamente la custodia cautelare in carcere per il solo fatto che l'indagato emette abitualmente fatture a fronte di operazioni inesistenti. Infatti, anche in questi casi, il giudice deve motivare circa la pericolosità del contribuente e la necessità della reclusione.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 47979 del 12 dicembre 2012, ha accolto in parte il ricorso di un imprenditore indagato per associazione a delinquere finalizzata all'evasione delle imposte mediante l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti.

La terza sezione penale ha ricostruito la vicenda sostenendo che la gravità e l'abitualità della condotta illecita dell'uomo, capo di un'associazione che aveva evaso l'Iva per oltre dieci anni e per importi rilevanti, sono da sole insufficienti a sorreggere la misura in carcere.

Insomma, ad avviso degli Ermellini, ha fatto male il Tribunale del Riesame di Genova a confermare la custodia in carcere. Questo perchè i giudici del capoluogo ligure si sono limitati ad affermare che l'unica misura adeguata e congrua appare quella della custodia cautelare in carcere, vista la gravità della condotta e l'entità della pena irrogabile in caso di condanna, nonché l'idoneità di misura meno afflittiva, compresa quella degli arresti domiciliari.

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