Consulenza o Preventivo Gratuito

Le Co.co.pro. maternità prolungata e salvaguardata

del 23/11/2012
di: di Carla De Lellis
Le Co.co.pro. maternità prolungata e salvaguardata
Le lavoratrici a progetto hanno diritto a cinque mesi di maternità anche in caso di adozione, non a tre come previsto dalla legge. Lo stabilisce la Corte costituzionale con la sentenza n. 257/2012 di ieri, dichiarando l'illegittimità dell'articolo 64, comma 2, del dlgs n. 151/2001 (T.u. maternità).

La Corte ricorda, prima di tutto, che gli istituti nati a salvaguardia della maternità non hanno più, come in passato, il fine di protezione della donna, ma anche di garanzia del preminente interesse del minore, da tutelare non solo per quanto attiene ai bisogni più propriamente fisiologici ma anche in riferimento alle esigenze di carattere relazionale e affettivo. Tale principio, spiega la corte, è tanto più presente nei casi di affidamento preadottivo e di adozione, nei quali l'astensione dal lavoro non è finalizzata solo alla tutela della salute della madre, ma mira anche ad agevolare il processo di crescita del bambino, creando le condizioni di una più intensa presenza degli adottanti. In questo quadro, conclude la corte, non si giustifica, e appare anzi manifestamente irragionevole, che, con riferimento alla stessa categoria dei genitori adottivi, mentre alle lavoratrici dipendenti, che abbiano adottato o avuto in affidamento preadottivo un minore, spetta un congedo di maternità (con relativa indennità) per un periodo massimo di cinque mesi, sia in caso di adozione (o affidamento preadottivo) nazionale che internazionale, alle lavoratrici iscritte alla gestione separata sia riconosciuta l'indennità di maternità per soli tre mesi. È vero che tra lavoratrici dipendenti e lavoratrici iscritte alla gestione separata sussistono differenze che rendono le due categorie non omogenee. Nella questione in esame, però, vengono in rilievo non già tali diversità, bensì la necessità di adeguata assistenza per il minore nella delicata fase del suo inserimento nella famiglia, anche nel periodo che precede il suo ingresso nella famiglia stessa, e tale necessità si presenta con connotati identici per entrambe le categorie di lavoratrici. Ne deriva, conclude la Corte, che la discriminazione si rivela anche lesiva del principio di parità di trattamento tra le due figure di lavoratrici che, con riguardo ai rapporti con il minore (adottato o affidato in preadozione), nonché alle esigenze che dai rapporti stessi derivano, stante l'identità del bene da tutelare, vengono a trovarsi in posizioni di uguaglianza.

vota