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Conciliazione: il reclamo divide soci e società

del 03/11/2012
di: di Andrea Bongi
Conciliazione: il reclamo divide soci e società
L'obbligatorietà del reclamo può separare gli accertamenti dei soci rispetto a quello della società precludendo ai primi la possibilità della successiva conciliazione giudiziale. Ciò si verifica quando il valore della lite sulla società è fuori dalla procedura di reclamo e mediazione mentre quella sui soci trasparenti è sotto i venti mila euro e quindi è soggetta obbligatoriamente alla presentazione dell'istanza di reclamo.

In queste situazioni gli accertamenti, pur essendo funzionalmente collegati e dipendenti l'uno dall'altro, in specie quello dei soci trasparenti da quello della società, subiranno vicende processuali necessariamente separate creandosi una sorta di improcedibilità temporale implicita con la successiva impossibilità per i soci di ottenere i benefici della riduzione delle sanzioni attraverso la conciliazione giudiziale esperibile solo dalla società.

L'accertamento dei soci soggetto a reclamo non potrà certo essere mediato né dall'ufficio né dal contribuente essendo direttamente dipendente dagli esiti dell'accertamento principale spiccato nei confronti della società, per il quale è invece preclusa la mediazione tributaria essendo esperibile unicamente il ricorso presso la commissione tributaria provinciale nei termini e con le modalità ordinarie.

In situazioni come quella sopra esposta, per altro le più frequenti nella pratica soprattutto nelle ipotesi di accertamenti di extra redditi effettuati sulle società di capitali a ristretta base partecipativa, la procedura del reclamo appare come un'inutile appesantimento burocratico in grado unicamente di creare difficoltà al contribuente, rischi di errori che potrebbero risultare determinanti per lo sviluppo futuro del contenzioso nonché un'ingiustificata preclusione all'accesso della successiva conciliazione giudiziale ex articolo 48 del dlgs 546/1992.

È ovvio infatti che il reclamo del socio sarà meramente strumentale al deposito del ricorso in commissione tributaria essendo inutile tentare una mediazione su un extra reddito imputatogli per trasparenza, sulla legittimità del quale dovrà pronunciarsi la commissione tributaria investita del ricorso alla società.

Si tratta di una problematica che la circolare n.9/e del 19 marzo 2012, dedicata al reclamo ed alla mediazione tributaria, ha soltanto sfiorato. Nel paragrafo 2.3 del citato documento di prassi amministrativa viene infatti trattata la problematica relativa alle liti concernenti gli accertamenti ai fini delle imposte sui redditi delle società di persone e dei suoi soci, relativamente ai quali in giudizio si configura un'ipotesi di litisconsorzio necessario. Nella fase della mediazione, si legge nella circolare, i rapporti vanno considerati autonomi e indipendenti e quindi la società può concludere la mediazione autonomamente rispetto ai suoi soci.

Come si può facilmente comprendere il caso esaminato dalla circolare è quello di accertamenti soci-società il cui valore unitario di lite è per ciascuno di essi inferiore ai 20 mila euro e quindi reclamabile.

Il caso diverso invece, ossia accertamento società maggiore di 20 mila euro e accertamento ai soci di valore inferiore, non è esplicitamente considerato ma è ovvio che può presentarsi in pratica con molta frequenza.

Nonostante la peculiarità del caso trattato nella circolare, la stessa ammette il legame e l'interdipendenza esistente in queste tipologie di accertamenti affermando poi come «la posizione del socio deve essere trattata tenendo conto della definizione concernente la società. In altri termini, l'eventuale annullamento totale o parziale o la mediazione sulla pretesa riguardante la società produce effetti sui rapporti giuridici riguardanti i soci, anche se non mediano o non rientrano nell'ambito di applicazione della mediazione».

Tornando al caso di specie avremo dunque una situazione di questo tipo: la società che presenta ricorso presso la commissione tributaria provinciale con possibilità di chiedere successivamente la conciliazione giudiziale con il relativo sconto sulle sanzioni, mentre per i soci, costretti a presentare reclamo perché il loro accertamento è inferiore ai venti mila euro, la successiva possibilità di sconto sulle sanzioni resterà preclusa per effetto della mancata, in quanto impossibile, mediazione.

Com'è evidente siamo qui di fronte a una situazione paradossale nella quale i soci vengono ingiustamente puniti in relazione alla diversa sorte, riservata per legge, agli accertamenti spiccati dall'ufficio.

Ciò è ancora più evidente e forse stridente, nelle ipotesi di accertamenti soci-società redatti nell'ambito delle c.d. società a ristretta base. In queste situazioni infatti la ripresa sui soci non avviene sulla base del codificato principio della trasparenza che regola la ripartizione in capo ai soci degli utili dichiarati dalla società bensì sulla base di un meccanismo presuntivo che vede quali utili distribuiti in nero gli extra-redditi accertati in capo alla società a ristretta base. In queste ipotesi la tassazione sul socio avviene infatti non a titolo di partecipazione a ma titolo di redditi di capitale proprio perché la società è fiscalmente non trasparente (srl, spa ecc.).

Come si può facilmente comprendere per poter affermare che ai soci è stato distribuito un dividendo in nero prima bisogna dimostrare e definire l'extra reddito in capo alla società. La logica vorrebbe dunque che l'ufficio procedesse prima alla notifica dell'accertamento alla società e poi, solo quando questo si è cristallizzato, procedere alla rettifica sui soci. Invece le cose non funzionano esattamente così. L'accertamento sulla società e sui soci sono simultanei. Ciò comporta quella possibile e probabile suddivisione degli stessi fra reclamo e contenzioso immediato sopra ricordata.

Nel reclamo insomma non si è pensato di riprodurre una norma sullo schema previsto invece nell'accertamento con adesione nell'articolo 4, comma 2 del dlgs. 218/97 dove si stabilisce che in caso di rettifica che interessi una società di persone o una società trasparente, il contraddittorio debba essere svolto con riferimento a tutti i soggetti interessati, soci compresi.

Le conseguenze di questa scelta legislativa rischiano dunque di penalizzare, ingiustamente, i singoli soci.

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