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La mera difficoltà finanziaria non basta al fisco

del 22/09/2012
di: Giuseppe Ripa e Pamela Pennesi
La mera difficoltà finanziaria non basta al fisco
Non si può additare come colpevole il contribuente quando il suo comportamento se a primo impatto possa apparire errato, in realtà è solo dovuto all'inerzia della Pubblica amministrazione che quando si trova a dover pagare è un po' restia.

È quanto si legge nella sentenza n. 158/29 pronunciata il 23 maggio 2012 dalla Commissione Tributaria Regionale di Roma (si veda ItaliaOggi di ieri) secondo cui, a livello di sanzioni amministrative tributarie, se sussistono incolpevolezza e/o cause di forza maggiore non è lecito chiedere il pagamento delle sanzioni alla società che provi ampiamente di versare in difficoltà finanziarie.

A comprova della sensibilità giurisprudenziale nei confronti dei contribuenti aggrediti dalla crisi sta anche la necessità di dover porre un occhio particolare alla sussistenza o meno del dolo specifico di evasione riferito ai reati tributari. In special modo a quello afferente al pagamento dell'Iva di cui all'art. 10-ter del decreto n. 74 del 2000.

Attenzione: la forza maggiore o mancanza di colpa non può essere ricondotta al fatto che l'imprenditore si trovi semplicemente in difficoltà finanziarie; occorre andare alla ricerca del perché. Va da sé che l'imprenditore è tenuto ad organizzare la propria attività da un punto di vista gestionale, economico e finanziario a seconda della congiuntura economica esterna e della propria posizione in quanto la rischiosità e l'incertezza sono insite nella sua attività e non possono divenire motivo per non adempiere agli obblighi tributari.

Se manca il dolo a livello penale si esclude il reato tributario; così in materia amministrativa se nell'azione o omissione mancano coscienza e volontà non sorge la responsabilità in capo all'incolpevole contribuente. Su tutte, si cita la sentenza della Corte di cassazione, n. 17579 del 20 novembre 2003 secondo cui l'applicazione dell'art. 5 del decreto legislativo n. 472 del 1997 comporta che, ai fini della responsabilità nelle violazioni punite con sanzioni amministrative, «l'azione od omissione siano volontari; il concorso alla volontà, la quale presuppone la coscienza, è, quindi, indispensabile per la responsabilità dell'agente. Inoltre è necessario che l'azione od omissione, oltre che cosciente e volontaria, sia anche colpevole, e cioè che si possa rimproverare all'agente di avere tenuto un comportamento, se non necessariamente doloso, quanto meno negligente».

È riconducibile al concetto di colpa l'art. 6 del medesimo decreto citato che al punto 5 esclude la punibilità di «chi ha commesso il fatto per forza maggiore». Sul punto è fondante il richiamo alla sentenza n. 352 del 23 luglio 2010 della Comm. trib. prov. di Lecce in cui i giudici di merito definiscono la forza maggiore come «una forza esterna, che determina la persona o la società, in modo inevitabile a compiere un atto non voluto (…), essa può ricorrere in caso di fatti imprevedibili ed inevitabili da parte di terzi soggetti, che hanno impedito al contribuente di rispettare le norme fiscali». Così ad esempio lo è la dimostrazione che la società è entrata in crisi per la perdita dell'unico cliente che, a sua volta, a causa della crisi mondiale del tessile, aveva perso quasi tutta la sua clientela.

Ecco quindi che per forza maggiore si intende una situazione imprevedibile, straordinaria, che deve valutarsi caso per caso per evitare che tutto diventi «scusa» per esimersi dal pagamento. Va da sé che l'inosservanza della norma deve necessariamente ed inevitabilmente essere cagionata da una forza esterna al soggetto obbligato; altrimenti si ricade nella colpevolezza. Tuttavia la sensibilità a rimuovere sanzioni (penali e amministrative) si sa facendo sentire. Nessuno può essere aggravato se il suo agire non è colposo o doloso bensì indotto. Torna alla mente il concetto di autore mediato di cui all'art. 10 del dlgs n. 472 del 1997 in materia di sanzioni amministrative ed all'art. 46 c.p. Cioè a dire: è autore mediato colui che costringe l'altro a commettere l'illecito con violenza o minaccia o inducendo questi in errore. Non vi è dubbio che restare a secco di finanza per cause non dipendenti da nostra negligenza ma da comportamenti assurdi dei nostri debitori innesta una catena non prevedibile. Se l'effetto di questa latitanza, comprovata e tracciabile, è riconducibile, per esempio, allo Stato, dovrà essere lo stesso a farsi carico della sanzione in quanto ha indotto il suo creditore a essere insolvente.

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