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Per le cause di lavoro, la presenza è obbligatoria

del 19/09/2012
di: di Benedetta Pacelli
Per le cause di lavoro, la presenza è obbligatoria
È illegittima l'astensione dalle udienze per il difensore di una delle parti in causa ogni volta che la lite riguarda la fine del rapporto di lavoro voluta dal datore e impugnata dal dipendente. E ciò anche se la controversia non riguarda il licenziamento in senso stretto, come nell'ipotesi della revoca per mancata proroga al dirigente «di staff» da parte del sindaco del Comune. Insomma, ha affermato la Suprema corte di cassazione con la sentenza numero 15649/12, il codice di autoregolamentazione sullo «sciopero» degli avvocati deve essere interpretato in modo estensivo. È stato quindi inutile per il difensore del Comune invocare l'adesione allo sciopero proclamato da parte delle organizzazioni forensi proprio per il giorno dell'udienza alla Suprema corte: la discussione è andata avanti e peraltro si risolverà a vantaggio dell'amministrazione locale. Il codice di autoregolamentazione dell'astensione degli avvocati dalle udienze è stato valutato idoneo dalla commissione di garanzia dell'attuazione degli scioperi nei servizi pubblici essenziali: lo stop non risulta consentito nei procedimenti che hanno ad oggetto, fra l'altro, i licenziamenti individuali o collettivi (articolo 5, lettera a). La disposizione, osservano tuttavia i giudici con l'ermellino, deve essere interpreta in senso estensivo: il divieto di sciopero deve essere ritenuto vigente per tutte le liti che riguardano la fine del rapporto di lavoro voluta dal datore e impugnata dal lavoratore. E ciò non solo quando l'atto ha efficacia costitutiva, come nel licenziamento in senso stretto, ma anche laddove il provvedimento «incriminato» ha efficacia solo dichiarativa: in entrambi i casi il prestatore d'opera tende a evitare la fine di un diritto soggettivo, quello al lavoro, tutelato dagli articoli 4 e 36 della Costituzione. Nel caso specifico, tuttavia, il lavoratore ha torto: il sindaco ha soltanto annunciato la proroga dell'incarico di dirigente ma poi, nell'ambito della sua discrezionalità, ha preferito affidarsi a un collega del professionista «scaricato», il quale rispetto alla stipulazione del contratto è portatore di un interesse legittimo e non di un diritto soggettivo. Non resta che pagare le spese processuali. Anche la Procura generale della Suprema corte di cassazione aveva invitato in udienza il Collegio di legittimità a respingere il ricorso del legale.
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