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Università, stop alle docenze a titolo gratuito

del 18/09/2012
di: di Benedetta Pacelli
Università, stop alle docenze a titolo gratuito
È finita l'era delle docenze universitarie a titolo gratuito. A confermare questo principio, già stabilito nel 2010 dalla riforma voluta dall'ex-ministro dell'università Mariastella Gelmini, ci pensa ora una sentenza del Tar di Lecce (ricorso numero di registro generale 419 del 2011) che costringe l'università del Salento a pagare a una ricercatrice confermata, cioè a tempo indeterminato, la somma prevista nel bando di affidamento dell'incarico più il 50% dello stipendio lordo che spetta al professore associato fresco di nomina.

Una decisione shock per l'ateneo pugliese che ha deciso comunque di ricorrere all'Avvocatura dello stato per impugnare la sentenza del Tribunale amministrativo. Ma soprattutto una decisione che crea un precedente di non poco conto per tutti quegli atenei che nel passato avevano bandito contratti di questo tipo.

Fino all'entrata in vigore della legge di riforma universitaria (legge 240 del 2010) che ha stabilito un minimo retributivo (32 euro l'ora) per le attività didattiche a contratto, infatti, le docenze a titolo gratuito erano una modalità diffusissima pressoché in tutti gli atenei italiani che, in assenza di professori di ruolo, ricorrevano ai ricercatori a tempo indeterminato (ma anche ai contrattisti o agli assegnisti di ricerca) per garantire la moltiplicata offerta formativa. Non sono noti con esattezza i numeri di questi «volontari della cattedra», ma considerando che il fenomeno ha coinvolto la maggior parte dei ricercatori a tempo indeterminato (in totale 23 mila) il caso leccese rappresenterebbe un precedente di non poco conto. Anche perché con la riduzione dei fondi assegnati alle università, il plotone di coloro che negli ultimi anni hanno accettato di insegnare senza vedere un solo euro in cambio e soprattutto superando il monte ore previsto per le attività didattiche non pagato (250 in totale) è aumentato a dismisura nel tempo. Nel caso specifico il bando con il quale la ricercatrice dell'ateneo leccese aveva ottenuto la supplenza prevedeva, come stabilito in tutti i bandi di questo tipo, che il pagamento dell'attività svolta fosse subordinato ai finanziamenti in bilancio e avvertiva i concorrenti che la supplenza avrebbe potuto avere «una retribuzione ridotta, qualora i citati fondi» non fossero stati sufficienti. Ma, dicono i giudici leccesi, la riduzione è una cosa, la gratuità un'altra considerando poi che il monte ore per le attività didattiche non pagato è stato comunque superato. La ricercatrice, infatti, al momento di incassare il proprio compenso si è vista azzerare completamente i 10 mila euro previsti nel bando, quando invece, dice sempre il Tar, «non possono dirsi sussistenti i requisiti legalmente richiesti per la natura gratuita della prestazione». La decisione presa dal Tar, comunque, va ben oltre i 10 mila euro giacché stabilisce oltretutto il 50% dello stipendio lordo spettante al professore associato alla classe iniziale del livello retributivo, maggiorato degli interessi legali.

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