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Illegittimità: Ko la riforma dei servizi locali

del 21/07/2012
di: Pagina a cura di Luigi Oliveri
Illegittimità: Ko la riforma dei servizi locali
Costituzionalmente illegittimo l'articolo 4 del dl 138/2011, convertito in legge 148/2011, che aveva sostanzialmente reintrodotto la disciplina dei servizi pubblici locali, con l'eccezione del servizio idrico integrato, abolita solo un mese prima dal referendum che aveva soppresso l'articolo 23-bis del dl 112/2008, convertito in legge133/2008.

La Consulta, con la sentenza 20 luglio 2012, n. 199, ha accolto i ricorsi contro la manovra estiva 2011 presentati dalle regioni Puglia, Lazio, Marche, Emilia-Romagna, Umbria e della Regione autonoma della Sardegna, osservando che l'articolo 4 della manovra Tremonti ha violato il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare mediante referendum, desumibile dall'articolo 75 della Costituzione, secondo quanto già riconosciuto da una costante giurisprudenza costituzionale.

Dunque, la Consulta dirime definitivamente la questione connessa al referendum, dando indirettamente ragione ai promotori. Il legislatore non poteva nuovamente intervenire sulla materia dei servizi pubblici, ridisciplinandola, per altro, in modo del tutto analogo alla norma abolita dal referendum.

Si è così usciti dall'equivoco determinato dalla qualificazione «mediatica» del referendum, da molti considerato finalizzato a mantenere il carattere pubblico del servizio di distribuzione dell'acqua, mentre lo scopo vero era eliminare dall'ordinamento giuridico l'articolo 23-bis della legge 133/2008 e, dunque, l'intera disciplina anche degli altri servizi pubblici locali in esso contenuta.

L'articolo 4 della seconda manovra estiva 2011, secondo le ricorrenti, aveva sostanzialmene limitato le ipotesi di affidamento «in house» dei servizi pubblici locali (cioè senza gara a soggetti costituiti dagli enti locali) al di sotto di 900.000 fissando un tetto non previsto dalla normativa europea, giungendo a comprimere in capo agli enti territoriali e locali il potere di qualificare la natura dei servizi locali, rendendo loro impossibile scegliere i relativi modelli di gestione

Queste argomentazioni hanno convinto la Consulta, la quale, tuttavia, si è maggiormente, come visto sopra, soffermata sull'impossibilità per il legislatore di ripristinare una norma abolita con referendum.

L'abolizione referendaria dell'articolo 23-bis del dl 112/ 2008 ha fatto sì che le competenze regionali e degli enti locali nel settore dei servizi pubblici locali, fortemente limitate e compresse dalla legge del 2008, si fossero riespanse. Infatti, spiega la Consulta «a seguito della predetta abrogazione, la disciplina applicabile era quella comunitaria, più «favorevole» per le regioni e per gli enti locali. Pertanto, la reintroduzione da parte del legislatore statale della medesima disciplina oggetto dell'abrogazione referendaria (anzi, di una regolamentazione ancor più restrittiva, frutto di un'interpretazione ancor più estesa dell'ambito di operatività della materia della tutela della concorrenza di competenza statale esclusiva), ledendo la volontà popolare espressa attraverso la consultazione referendaria, avrebbe determinato anche una potenziale lesione delle richiamate sfere di competenza sia delle regioni che degli enti locali».

In effetti, l'articolo 4 del dl 138/2011, in spregio agli esiti referendari e nonostante fosse intitolato «Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dall'Unione europea», secondo la Consulta ha finito per dettare una «nuova» disciplina dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, non solo «contraddistinta dalla medesima ratio di quella abrogata, in quanto opera una drastica riduzione delle ipotesi di affidamenti in house, al di là di quanto prescritto dalla normativa comunitaria», ma, soprattutto, caratterizzata dalla sostanziale pedissequa riproduzione di molte disposizioni contenute nell'abrogato articolo 23-bis, come anche di molte disposizioni del regolamento attuativo del medesimo art. 23-bis contenuto nel dpr 168/del 2010.

La sentenza 199/2011 sottolinea che l'intento abrogativo espresso con il referendum «riguardava «pressoché tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica» (sentenza n. 24 del 2011) ai quali era rivolto l'art. 23-bis,», sicché «non può ritenersi che l'esclusione del servizio idrico integrato dal novero dei servizi pubblici locali ai quali una simile disciplina si applica sia satisfattiva della volontà espressa attraverso la consultazione popolare, con la conseguenza che la norma oggi all'esame costituisce, sostanzialmente, la reintroduzione della disciplina abrogata con il referendum del 12 e 13 giugno 2011».

Dunque, la sentenza segna un punto in favore dell'iniziativa referendaria e, dunque, dopo la cancellazione dell'articolo 23-bis, adesso si elimina dall'ordinamento giuridico la norma «gemella» contenuta nell'articolo 4 del dl 138/2011. La sentenza della Corte costituzionale viene adottata, per altro, in una fase estremamente delicata. Infatti, solo due settimane fa è entrato in vigore il d.l. 95/2012 che all'articolo 4 contiene disposizioni ancora una volta relative agli affidamenti in house, anche più restrittive.

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