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Cassazione: fare impresa in Italia non è facile

del 07/06/2012
di: di Patrick Novembre consigliere Fondazione Centro Studi Ungdcec e presidente Commissione di studio U
Cassazione: fare impresa in Italia non è facile
Gli investitori stranieri che vorranno valutare l'opportunità di «fare impresa» in Italia non avranno vita facile, dovendo tenere conto, tra gli altri fattori, della rigorosa giurisprudenza della Corte di Cassazione in tema di Stabile Organizzazione (S.O.), che in difformità alle disposizioni dell'Ocse, ha sostanzialmente modificato il concetto di Stabile Organizzazione, estendendo di fatto il campo di applicazione delle norme impositive interne anche a fattispecie non considerabili tout court come produttive di reddito imponibile in Italia, secondo il modello Ocse riconosciuto dagli altri Stati.

È evidente, in tale contesto, la posizione concorrente esistente tra gli Stati nell'ambito della ripartizione della tassazione degli utili prodotti in differenti paesi da parte delle imprese. Nella più recente pronuncia della Corte di cassazione (sent. n. 20677, del 29 maggio 2012), si afferma che la sola presenza di un soggetto in Italia, al quale sia affidata anche solo di fatto la cura degli affari da parte di un soggetto estero, possa rappresentare una stabile organizzazione nel territorio dello Stato del soggetto non residente, con conseguente attrazione dei redditi realizzati nel territorio nazionale. Per il solo fatto di porre in essere operazioni commerciali con soggetti esistenti nel territorio dello Stato le imprese non residenti potrebbero trovarsi assoggettate a imposizione in Italia, in virtù di semplici rapporti contrattuali instaurati con operatori o professionisti stabiliti nel territorio dello Stato. Il quadro normativo che delinea la materia è rappresentato da un lato dalle disposizioni del modello Ocse, assunte come base da tutti i Paesi membri per la stipula delle Convenzioni bilaterali contro le doppie imposizioni, nonché dal relativo Commentario, fondamentale fonte interpretativa, e dall'altro dalle norme interne di ogni Paese (per l'Italia il riferimento è l'art. 162 del Tuir). Le fonti normative ed interpretative appena citate, in virtù della sostanziale analogia delle norme nazionali al modello Ocse, salvo alcune eccezioni, rappresenterebbero linee guida relativamente semplici, utilizzabili dall'impresa estera per comprendere e valutare con oggettività ed obiettività la possibilità di intraprendere un'iniziativa imprenditoriale nel nostro Paese, piuttosto che in altri Paesi aderenti all'Ocse.

Tuttavia, come detto, la nostra la giurisprudenza in materia ha in parte stravolto quelle che sono le principali disposizioni sovranazionali sul tema. In particolare, in occasione del caso «Philip Morris», la giurisprudenza della Suprema corte (Sentenze del 7 marzo 2002, nn. 3367, 3368 e 3369; del 26 marzo 2002, n. 4319; del 25 maggio 2002, nn. 7682 e 7689; del 25 luglio 2002, n. 10925; del 6 dicembre 2002, n. 17373) ha avuto modo di elaborare alcuni principi che sono stati aspramente criticati sia dalla dottrina e sia a livello istituzionale internazionale, al punto di aver indotto l'Ocse a intervenire, apportando alcune modifiche al Commentario, sostanzialmente allo scopo di eliminare la prepotente attrazione a imposizione in Italia degli utili di una casa-madre estera, in presenza di talune fattispecie.

Nella nuova versione sono stati chiariti, in senso opposto a quanto disposto dalla Corte di cassazione con le su richiamate Sentenze, i seguenti aspetti:

- la semplice assistenza o partecipazione in un Paese, da parte di una persona, alle trattative tra un'impresa e un cliente non implica che tale soggetto abbia il potere di concludere contratti in nome dell'impresa e dunque l'esistenza di una S.O. in quel Paese;

- è possibile che si configuri l'esistenza di una stabile organizzazione della società controllante nello Stato in cui la controllata ha una sede fissa di affari, sempreché siano soddisfatti i requisiti di cui all'art. 5, par. 1 (con riferimento alla Stabile organizzazione materiale) e par. 5 (con riferimento alla Stabile organizzazione personale) del modello Ocse;

- una società appartenente a un gruppo che presta servizi ad altra società del medesimo gruppo, non sarà considerata stabile organizzazione della società beneficiaria del servizio, qualora tale società renda il servizio utilizzando personale e attrezzature proprie e a condizione che i servizi prestati siano oggetto della propria attività di impresa.

Come reazione alle modifiche di cui sopra l'Italia ha inserito un'Osservazione in calce alla nuova versione del Commentario Ocse per ribadire ed affermare la validità della propria giurisprudenza in tema.

Le recenti Sentenze della Corte di cassazione (7 ottobre 2011, n. 20597 e 29 maggio 2012, n. 20677), hanno peraltro confermato questa linea, dettando principi sempre più stringenti e delineando di fatto un quadro di incertezza che poco agevola operatori economici e imprese non residenti nel pianificare investimenti nel nostro Paese.

Ciò che lascia maggiormente perplessi è il fatto che un Paese come l'Italia volontariamente e pervicacemente si discosti dalla volontà comune, rappresentata dalle sopra descritte modifiche al Commentario, espressa dalla maggioranza dei Paesi dell'Ocse, nella consapevolezza che tale comportamento non possa che peggiorare il giudizio del nostro Paese da parte degli investitori internazionali, senza considerare fattori critici quali la complessità burocratica, un livello di tassazione tra i più elevati in Europa, la cronica assenza di infrastrutture, l'incertezza nell'interpretazione e nell'applicazione delle norme tributarie, ed infine i lunghissimi tempi dei processi civili e tributari. Queste considerazioni non devono tuttavia essere interpretate come critiche fini a se stesse, al contrario vogliono rappresentare uno stimolo per richiamare l'attenzione delle Istituzioni sulla riconsiderazione del problema, auspicando altresì l'avvio di un dibattito che possa portare alle necessarie modifiche con l'assunzione di una posizione istituzionale adeguata rispetto al fenomeno.

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