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Cassazione: evasione, la contestazione è più facile

del 29/05/2012
di: di Debora Alberici
Cassazione: evasione, la contestazione è più facile
La soglia di punibilità per l'evasione fiscale scatta per i soli ricavi contabilizzati. Non solo. Amministratore di fatto e prestanome sono corresponsabili del reato.

Sono questi, in sintesi, i principi affermati dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 20286 del 28 maggio 2012. In altri termini, i soli ricavi rintracciati dalle Fiamme Gialle sono sufficienti per il superamento della soglia di punibilità, 75 mila euro, chiesto dal dlgs 74 del 2000.

I costi? Possono incidere, spiega la Cassazione in queste interessanti motivazioni, solo se debitamente contabilizzati e quindi entrati in possesso della Guardia di Finanza. Sul punto nel passaggio chiave della sentenza si legge che «la determinazione delle imposte evase è legittimamente operata anche tenendo conto soltanto dei ricavi aziendali in assenza di elementi che facciano ritenere l'esistenza di costi aziendali ed essendo state utilizzate a tal fine le risultanze degli accertamenti eseguiti dal personale di polizia giudiziaria che aveva effettuato la verifica». Ma questo non è l'unico chiarimento fornito dalle motivazioni depositate dalla terza sezione penale. In particolare a fare ricorso alla Suprema corte, contro la doppia condanna in sede di merito, è stato il prestanome di un'azienda di fatto gestita, almeno sul fronte dei rapporti clienti/fornitori, da un altro imprenditore. Per questo il primo sosteneva che non avrebbe dovuto rispondere di evasione fiscale, in mancanza, cioè, dell'elemento soggettivo. Una tesi, questa, che non ha fatto breccia a Piazza Cavour perché i giudici hanno ricostruito in sentenza che l'uomo, pur essendo un prestanome, aveva qualche compito di gestione, i rapporti con le banche. La vicenda riguarda un piccolo imprenditore di Lodi. L'uomo era il rappresentante legale di una srl, gestita, per lo più, da un amministratore di fatto, che aveva in mano tutto il portafoglio di clienti e fornitori.

Da una verifica della Guardia di Finanza era emerso che l'azienda aveva contabilizzato dei ricavi superiori ai 75mila euro, che, però, non aveva mai dichiarato. Al contrario, non risultavano, agli agenti, delle spese.

Per questo a carico dell'uomo era subito scattata l'accusa di evasione fiscale e omessa dichiarazione dei redditi. Il Tribunale di Lodi lo aveva condannato e la Corte d'Appello aveva confermato il verdetto. Contro la doppia conforme di merito lui ha presentato ricorso alla Suprema corte lamentando due punti fondamentali. Da un lato che era solo il prestanome dell'azienda e che le accuse avrebbero dovuto riguardare soltanto l'effettivo manager.

Dall'altro che la soglia di punibilità non poteva scattare dato che le Fiamme Gialle l'avevano calcolata solo sulla base dei ricavi, senza considerare i costi. Entrambi i motivi sono stati respinti dal Collegio di legittimità che ha quindi reso definitiva la condanna (anche se in sentenza non è specificata l'entità).

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