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Società e amministratori Sugli appalti non si mente

del 18/04/2012
di: La Redazione
Società e amministratori Sugli appalti non si mente
La società che ha dichiarato falsamente di essere in regola con i contributi e il versamento delle imposte per partecipare a un appalto pubblico rischia una condanna per responsabilità amministrativa dell'ente. E il suo amministratore può essere condannato personalmente per falsità ideologica. Lo ha sancito la Corte di cassazione con la sentenza numero 14359 depositata il 16 aprile 2012.

Dunque in questi casi le responsabilità viaggiano su binari paralleli. Uno, quello personale del legale rappresentante che rischia la condanna per falso ideologico e l'altro, quello della società, in questo caso una sas, punibile ai sensi dell'articolo 26 del dlgs 231 del 2001. Sul primo aspetto il Collegio di legittimità ha chiarito che «integra il delitto di falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico la falsa attestazione del legale rappresentante di una società circa il possesso, da parte di quest'ultima, di un requisito indispensabile per la partecipazione alla gara per l'aggiudicazione di un appalto pubblico».

Inoltre, ad avviso della Cassazione, premesso che la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà è destinata, per espressa disposizione di legge, a provare la veridicità delle asseverazioni in essa contenute e considerato che essa deve essere poi trasfusa in un atto pubblico, consistente nell'atto di aggiudicazione dell'appalto, il falso ideologico del privato si configura dal momento che esso può investire le attestazioni, anche implicite, contenute nell'atto pubblico conclusivo della procedura e i presupposti di fatto giuridicamente rilevanti ai fini della parte dispositiva dell'atto medesimo, che concernano fatti compiuti o conosciuti direttamente dal pubblico ufficiale, ovvero altri fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità».

Niente da fare neppure sul secondo motivo di impugnazione con il quale si contestava, fra l'altro, la condanna della società per responsabilità amministrativa dell'ente. La quinta sezione penale ha infatti confermato le responsabilità della sas e ha aggiunto che l'amministratore, in carica da tanti anni, non poteva, come sostenuto dalla difesa, aver firmato dei documenti dei quali non conosceva esattamente le conseguenze. In altri termini gli Ermellini hanno confermato il dolo e non la colpa del manager. Anche la Procura generale di Piazza Cavour aveva sollecitato in udienza la conferma della condanna.

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