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False comunicazioni sociali se il danno è a soci e impresa

del 18/04/2012
di: La Redazione
False comunicazioni sociali se il danno è a soci e impresa
L'amministratore delegato risponde di false comunicazioni sociali quando la finta rappresentazione della situazione finanziaria ha danneggiato sia i soci sia l'impresa. Non solo. Il manager risponde a titolo di dolo generico e cioè per il solo fatto di aver accettato il rischio del deprezzamento delle azioni. Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 14759 ha confermato la condanna nei confronti di Gianpiero Fiorani, l'ex amministratore delegato di Bpi imputato per falso in bilancio in uno dei processi avviati nei suoi confronti a seguito della tentata scalata ad Antonveneta. Mentre se il vertice aziendale avesse danneggiato solo l'azienda i giudici non avrebbero potuto condannarlo ai sensi dell'articolo 2622 del codice civile così come modificato dalla riforma del diritto societario.

Sul punto in sentenza si legge che «se l'attribuzione al manager della penale responsabilità ex art. 2622 cod. civ. fosse dipesa esclusivamente dalla affermata ascrivibilità delle conseguenze dannose riversatesi sulla società, la sentenza di condanna non potrebbe sfuggire ad annullamento per violazione dell'art. 521, comma 2, cod. proc. pen.; così invece non è, in quanto la configurabilità del reato è stata ravvisata dalla Corte di merito anche in considerazione del danno patrimoniale risentito dai soci, sul duplice versante del deprezzamento delle azioni e del sopravvenuto, e necessitato, mutamento di destinazione dell'aumento di capitale deliberato in funzione della scalata alla Banca Antoniana Veneta».

In altri termini, l'illecito rubricato «false comunicazioni sociali» è un reato proprio dell'amministratore, direttore generale, sindaco o liquidatore, che, nell'assetto conseguito all'entrata in vigore dell'art. 1 del dlgs 11 aprile 2002, n. 61, si caratterizza per essere costituito, sul versante oggettivo, da una condotta di «falsa esposizione di fatti materiali, ancorché oggetto di valutazioni, nelle comunicazioni sociali, ovvero dall'omissione di informazioni la cui comunicazione è dovuta per legge; si richiede, altresì, che tale condotta sia idonea a indurre in errore i destinatari sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene e che ne derivi un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori. Sul versante soggettivo deve concorrere col dolo generico, afferente la coscienza e volontà dell'azione, od omissione, illecita e dell'evento dannoso, anche il dolo specifico sub specie dello scopo di conseguire un ingiusto profitto; nonché il dolo intenzionale costituito dall'intento di ingannare i soci o il pubblico».

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