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L'art. 18 non è il problema

del 30/03/2012
di: La Redazione
L'art. 18 non è il problema
L'Ancl ha scelto di non entrare nel merito della difficile trattativa in corso sulla riforma del mercato del lavoro, nel rispetto delle scelte che il legislatore vorrà compiere, pur riservandosi l'analisi critica del decreto in corso di adozione. Quel che rileva immediatamente – anche avendo a disposizione testi ancora provvisori – è la filosofia di fondo con la quale la problematica è affrontata: non misure di incentivo alla stabilità o all'incremento occupazionale, non un sistema fiscale o contributivo premiale sul mantenimento dell'occupazione e della sua regolarità: al contrario, solo aumento di costi per il datore di lavoro. E questo dovrebbe incentivare l'occupazione? Solo alcuni esempi:

CONTRATTO A TEMPO DETERMINATO

Viene introdotto un premio di stabilizzazione. In altri termini un'azienda paga un maggior onere contributivo durante il lavoro a termine, ma poi viene premiata se trasforma il contratto recuperando tutto il maggior aggravio contributivo avuto durante la fase del «termine». La disposizione si applica a tutti i rapporti a termine salvo quelli avviati per ragioni sostitutive

PARASUBORDINATI

Il Governo ha sostanzialmente deciso di aumentare le aliquote contributive dei lavoratori parasubordinati (circa 1,7 milioni di persone, un milione di quali collaboratori precari, 230 mila professionisti con partita Iva, la restante parte costituita da amministratori di società ed Enti).

Tale aumento, che farà passare l'aliquota contributiva dal 26,72 al 27,72%, andando a colpire lavoratori a basso reddito con scarsissima capacità negoziale nei confronti dei committenti

ART. 18

Indennizzo a carico dell'azienda in caso di licenziamento illegittimo e in luogo del reintegro pari a un importo compreso tra le 15 e le 27 mensilità.

L'impianto dell'intervento del Governo, non è in tale senso assolutamente condivisibile. Nuovi oneri e nuovi costi non hanno mai generato nuova occupazione, ma – anzi – spingono il datore di lavoro a ridurre la base occupazionale o a utilizzare strumenti elusivi della regolarità dei rapporti .

L'Ancl è da tempo impegnata nelle legislazioni che si sono più di recente succedute, a sostenere il necessario e improcrastinabile abbattimento del costo del lavoro, unico sistema – sostenuto peraltro da illustri economisti – davvero utile al rilancio dell'occupazione.

Anche in occasione di questa riforma, si è persa quindi la possibilità di svoltare con decisione. Ne, pare osservare, per elevare qualche aliquota contributiva, c'era bisogno di stimatissimi tecnici. Nell'occasione dell'incontro a Roma del 14/3/2012 al Forum Italia/Europa 2012 sulle «Nuove flessibilità per nuove sicurezze: la riforma del mercato del lavoro» il presidente Ancl s.u. Francesco Longobardi ha affermato: «Le trattative laboriosamente in corso in queste settimane sulla riforma del lavoro, toccano anche l'art. 18. A tale riguardo, la nostra è una posizione possibilista sulla riforma di quella disposizione, ma siamo nettamente convinti che non è con la maggiore flessibilità in uscita che si risolve la problematica occupazionale. I consulenti del lavoro sono quotidianamente e su tutto il territorio nazionale a stretto contatto con datori di lavoro ed imprese, e conoscono da vicino i temi dell'imprenditorialità e del progresso aziendale. La vera problematica , quella cioè che induce il datore di lavoro a non assumere, o anche a licenziare, o anche a ricorrere la lavoro irregolare, è l'alto costo del lavoro, che è pervenuto a livelli insostenibili. Il costo complessivo di un lavoratore di medio livello è doppio rispetto allo stipendi che percepisce: oltre il 61% va destinato a Inps e Inail, cui si aggiunge un a ulteriore quota del 25% da destinare al fisco. Si aggiungano i costi del trattamento di fine rapporto, le assenze dal lavoro previste dai Ccnl, e altri istituti che gravano sulle aziende».

Il vero problema è questo: si avverte, invece, che si preferisce guardare da tutt'altra parte, distraendo evidentemente il fulcro del problema sull'art. 18. Articolo 18 che interessa solo poco più di un terzo dei lavoratori attivi , e che non opera né ha alcuna efficacia nel più ampio tessuto produttivo del Paese, fatto di piccole imprese. È quindi obiettivo poter affermare che se quella disciplina di tutela interessa una marginale parte del mercato del lavoro, è difficile sostenere che una sua riforma in senso maggiormente più flessibile, possa portare effetti generalizzati.

Riteniamo quindi determinate un serio e avvertibile abbattimento dei costi del lavoro, affiancato anche da un sistema contributivo e fiscale di natura premiale, per quei datori di lavoro che non riducono nel tempo la base occupazionale, che mantengono o incrementano i livelli di occupazione.

Questa è la strada per la nuova, occupazione, non altre. Ogni impresa ha interesse ad aumentare la produzione ed i servizi; ogni impresa ha interesse a rafforzare la propria presenza nel mercato della concorrenza: questo può essere possibile con gli investimenti su nuova forza lavoro.

Il continuo esercizio da parte dei datori di lavoro della ricerca di metodi per la riduzione del costo del lavoro, potrà così invece trasformarsi in occasione di sviluppo per la propria impresa, senza il macigno degli altissimi oneri del lavoro, che soffocano in origine qualsiasi iniziativa. Pongo anche una questione di approccio al problema: è indubbio che gli ammortizzatori sociali debbano essere presenti ed efficaci in uno Stato sociale degno di tale nome: ma sono risorse che solo in parte, accompagnano il lavoratore, che non producono però alcuna altra assunzione. Forse, se si destinassero quelle stesse risorse alla drastica riduzione del costo del lavoro, si avrebbe maggiore occupazione e minore necessità di ammortizzatori sociali. È questa una soluzione che riteniamo possibile e percorribile, da subìto».

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