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È l'ora di rimboccarsi le maniche

del 08/03/2012
di: La Redazione
È l'ora di rimboccarsi le maniche
In fondo al tunnel delle liberalizzazioni c'è un piccolo spiraglio di luce, che si irradia su quella nebulosa indistinta che fino a oggi sono state le libere professioni. Al di là degli effetti positivi o negativi che le singole misure produrranno su ciascuna categoria professionale, il decreto sulle liberalizzazioni ha messo in chiaro i vizi e le virtù di un intero settore economico che sta tentando, non senza fatica, di uscire da quella scomoda posizione di marginalizzazione politica, economica e sociale in cui si è finora si è cullata.

Ma chi sono, e che cosa vogliono i professionisti? L'insieme delle competenze espresse dall'intero sistema delle professioni intellettuali rappresenta sicuramente un fenomeno nuovo per la società italiana e per le sue istituzioni, come ha dimostrato il recente «professional day». Il processo di liberalizzazioni, innescato con il decreto di Ferragosto, ha avuto il vantaggio di portare all'attenzione del paese una realtà economica in bilico tra tradizione e mercato. L'impatto è stato duro, più nella forma che nella sostanza e le reazioni delle categorie professionali ai provvedimenti del governo sono certamente comprensibili. L'orgoglio manifestato anche. Ma se all'orgoglio non segue la consapevolezza di quanto stiamo vivendo e dei tempi che ci attendono, le delusioni sono dietro l'angolo.

L'intero nucleo che forma oggi il sistema della rappresentanza professionale (ordini, casse e sindacati) è maturo e può diventare un formidabile volano per lo sviluppo delle attività intellettuali in Italia, nel rispetto delle prerogative di ciascun soggetto coinvolto. Da una parte, gli ordini e le casse hanno cercato di dimostrare una particolare sensibilità alle spinte evolutive che il nuovo quadro normativo impone; dall'altra le associazioni di categoria hanno ritrovato il loro spirito «sindacale», pungolando gli ordini sulle loro responsabilità verso i cittadini, ma anche accentuando la loro natura di rappresentanza a tutela degli interessi dei professionisti. È un primo, significativo, passo.

Osservando professioni e professionisti, nel loro agire e nel loro dire, si possono raggruppare due ordini di reazioni contrapposte: un'occasione perduta, rispetto alle attese di liberalizzazioni vere, necessarie per dare una scossa al quotidiano e per favorire nuove aperture anche nel mercato delle professioni; la sensazione di uno scampato pericolo, unitamente alla convinzione che tutto possa procedere come prima, salvo solo «un po' di meno». Manca, insomma, quella visione corale che determina la forza di un vero corpo sociale, come dimostra il decreto sulle liberalizzazioni.

L'intero impianto della norma non è riuscito a cogliere l'insieme dei professionisti come soggetto economico autonomo, limitandosi a sostituire vecchi orpelli ordinamentali con nuove incombenze che gravano, in ultima analisi, sull'attività professionale. Da questo punto di vista, le liberalizzazioni rappresentano un'occasione perduta per riformulare le competenze dei professionisti e ridisegnare i confini degli studi professionali nel libero mercato della concorrenza.

Il disegno liberalizzatore non ha tenuto conto del potenziale contributo, tutt'oggi inespresso, delle attività professionali allo sviluppo del paese nel campo della giustizia, dell'economia, del lavoro, della salute e dell'ambiente. Né tantomeno si è voluto valorizzare un settore economico che, al pari dell'industria e del commercio, subisce gli effetti della congiuntura economica e opera nella realtà del paese. Si tratta di una prospettiva falsata che relega i professionisti a soggetti passivi delle misure pro-concorrenza, avulsi dalle dinamiche della competizione.

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