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Lavoro, la riforma è urgente

del 17/02/2012
di: di Massimiliano Tavella Adc Lamezia Terme
Lavoro, la riforma è urgente
In Italia è sempre più allarme occupazione. Secondo i dati diffusi dall'Istat e relativi alla disoccupazione nel mese di dicembre, il tasso di disoccupazione si attesta all'8,9% con una punta massima del 31% riferita ai giovani tra i 15 e i 24 anni.

Ciò significa che nel nostro paese il numero dei «senza lavoro» supera i 2,2 milioni, ma soprattutto che un giovane su tre, non lavora e vive una situazione di grande disagio.

Un problema comune all'Area euro (con l'unica eccezione della Germania) che ha recentemente spinto il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, a raccomandare ai primi ministri di otto paesi con tassi di disoccupazione giovanile sopra la media un utilizzo mirato dei fondi europei.

È in questo scenario complesso che si inserisce il tentativo del governo italiano di varare quella riforma del mercato del lavoro da tutti considerata ormai improcrastinabile se si vuole avviare un percorso virtuoso nel quale far coesistere le peculiari esigenze di quanti sono chiamati a concorrere alla ripresa economica. Ma una riforma seria del mercato del lavoro non può e non deve trovare ostacoli di tipo ideologico, né essere condizionata dalle storiche contrapposizioni che negli anni ne hanno impedito la necessaria modernizzazione in assoluta controtendenza rispetto a un mondo del lavoro in continua evoluzione. Inoltre, dal dibattito aperto nei giorni scorsi da governo e parti sociali, non sembrano emergere importanti novità che vadano in tal senso.

A complicare ulteriormente il quadro della discussione, si inserisce la problematica relativa alla ridefinizione delle regole dettate dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sul tema dei licenziamenti, che rappresenta un progetto di riforma autonomo per le forti connotazioni culturali e ideologiche derivanti da una norma nata negli anni 70, in un contesto economico e produttivo del tutto diverso da quello attuale.

E come tutte le rivoluzioni culturali anche la «manutenzione» dell'articolo 18 richiede tempi che mal si conciliano con le pressanti linee di condotta dettate al nostro paese dall'Unione europea, dal Fondo monetario e dalla Bce.

Probabilmente la proposta del professor Pietro Ichino, giuslavorista, sul «contratto unico», con le necessarie revisioni in termini di sostenibilità da parte delle imprese, è quella che più di ogni altra potrebbe trovare uno sbocco, nel nostro ordinamento, senza creare ulteriori lacerazioni sociali e aiuterebbe il sistema a mitigare il dualismo del mercato del lavoro italiano, diviso tra ipergarantiti e outsider.

Anche il contratto di apprendistato recentemente riformato dal precedente governo trova un rinnovato interesse. Esso infatti può rappresentare uno straordinario strumento di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro a condizione che le istituzioni coinvolte (stato, regioni ecc.), siano in grado di attivare le deleghe riservate loro dalla legge.

In tal senso, i dati certificati dall'Isfol nel «XII Monitoraggio sull'apprendistato», anni 2009 e 2010 dimostrano in maniera inequivocabile l'appeal dell'apprendistato professionalizzante (unico tipo di apprendistato a oggi attivabile nell'intero territorio italiano in forza di specifiche deroghe alla normativa).

Nel medesimo documento si evidenzia, invece, il quasi totale inutilizzo dell'apprendistato per il «diritto dovere di istruzione e formazione» e di quello per «l'alta formazione», le cui ragioni vanno ricercate nell'inerzia da parte delle regioni a varare la prevista regolamentazione formativa afferente a tali istituti.

L'apprendistato è uno strumento di collocamento della manodopera che prevede un mix di incentivi normativi ed economici concreti e ben collaudati e inoltre, pur essendo un contratto di lavoro a tempo indeterminato, può essere risolto da entrambe le parti con preavviso decorrente dal termine del periodo di formazione.

Ma al di là degli strumenti di accesso al mondo del lavoro, il vero nodo da sciogliere resta la sostenibilità del posto di lavoro intesa come capacità delle imprese di mantenere strutturalmente la forza lavorativa.

Il posto di lavoro non può che essere diretta conseguenza dell'attività economica e le politiche incentivanti, da sole, rischiano di creare illusioni e sacche di precariato.

Bisogna quindi pensare ad affiancare a tali politiche una riforma seria, reale e calata nel contesto storico che viviamo, riuscendo a superare le ideologie, presenti e passate, affrontando la vera difficoltà dei nostri giorni: ingresso e stabilità del posto di lavoro per i giovani, anche nell'ottica di cambiamenti all'interno della vita professionale.

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