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Commercialisti, pensioni più laute

del 10/02/2012
di: Pagina a cura di Daniele Cirioli
Commercialisti, pensioni più laute
Vecchiaia un poco più serena per i giovani commercialisti. Cresce, infatti, il rapporto tra reddito e pensione e, questa la novità, in misura anche più alta dell'incremento dei contributi. Con la riforma appena approvata dai ministeri vigilanti (si veda ItaliaOggi di ieri), i professionisti recupereranno in pensione parte o tutto il contributivo integrativo. Non solo; ma più si è attenti alla previdenza, tanto maggiore sarà il guadagno. Un esempio. Con 35 anni di attività, un reddito di 50 mila euro (70 mila ai fini Iva) e versamenti contributivi al minimo di legge (ora all'11%, al 14% dal 2014), all'età di 62 anni si avrà diritto a una pensione di circa 12.100 euro, cioè il 24% dell'ultimo reddito a fronte di maggiori contributi versati dell'1,5%. Chi decide di pagare in più, per esempio il 17%, a parità delle altre condizioni, avrà diritto a una pensione di circa 17.700 euro, per un tasso di sostituzione del 35%, senza subire alcun incremento degli oneri contributivi.

Aliquota di finanziamento e di computo

La novità della riforma sta nello sdoppiamento delle aliquote contributive: adesso, infatti, è prevista un'aliquota di «finanziamento» (è quella che determina i contributi che il professionista deve pagare alla cassa) e una di «computo» (è quella che determina, invece, il montante contributivo ai fini del futuro calcolo della pensione). Dunque si paga 100 in contributi, ma ai fini pensionistici si ottiene un accredito contributivo maggiore. Questo «di più» varia da un mimino del 3% fino a un massimo del 4%, in una logica che premia i soggetti più attenti alla previdenza, ossia coloro che decidano di versare contributi in misura maggiore (cioè ad un'aliquota più alta) di quella prefissata dalla cassa. In tabella sono indicate le singole ipotesi; l'aliquota si ferma al 17%, con il massimo beneficio del 4%, ma è possibile anche optare per un'aliquota più alta conservando sempre lo stesso bonus contributivo. In questo modo, la cassa fa tornare a beneficio dei professionisti parte o addirittura tutto il contributivo integrativo (il 4% del fatturato).

Qualche esempio

In tabella sono riportati due esempi con riferimento alla normativa previdenziale ante riforma e post riforma. Si tiene conto di un giovane professionista, in attività dopo il 2004 (quindi in pieno regime contributivo), con un reddito annuo di 50 mila euro, fatturato di 70 mila euro, che vada in pensione dopo 35 anni di professione all'età di 62 anni. Nel primo esempio si considerano versamenti contributivi pari al minimo di legge. In assenza di riforma, il professionista avrebbe avuto diritto a una pensione di circa 8.810 euro per un tasso di sostituzione del 18% circa. Dopo la riforma, il professionista subisce un incremento contributivo (fino all'anno scorso pagava il 10% del reddito; da quest'anno deve pagare l'11% e dal 2014 il 12%), ma avrà diritto a una pensione di oltre 12 mila euro per un tasso di sostituzione di oltre il 24%. Come può notarsi, il beneficio della maggiore pensione (tasso di sostituzione più alto) è ben superiore dell'incremento contributivo, proprio perché a incrementare la pensione non contribuisce soltanto l'aumento dei contributi (1% negli anni 2012 e 2013 e 2% dall'anno 2014), ma soprattutto il bonus contributivo che, nel caso in esempio, si traduce in un versamento aggiuntivo di «contribuzione virtuale» del 3%. In realtà, la copertura finanziaria di questa maggiore pensione proviene dal contributo integrativo che, intanto, è salito al 4% (non va dimenticato, peraltro, che è un onere carico dei clienti e non del professionista). Il secondo esempio considera l'ipotesi che il professionista abbia deciso di versare contributi più alti, cioè in misura pari al 17% (lo poteva fare già prima della riforma e può continuarlo a fare dopo). In assenza di riforma, il professionista avrebbe avuto una pensione di circa 15 mila euro per un tasso di sostituzione del 30% circa. Dopo la riforma, avrà diritto a una pensione di circa 18 mila euro per un tasso di sostituzione di oltre il 35%. È questo l'esempio che manifesta l'effetto massimo del bonus contributivo: il professionista, infatti, a parità di contributi versati (pagava il 17% prima e continua a pagare il 17% dopo la riforma) ottiene una pensione più pesante con un miglioramento del tasso di sostituzione di oltre il 5%. Il miglioramento c'è perché, a parità di aliquota di finanziamento (17%), la riforma riconosce ora un'aliquota di computo del 21%, così permettendo di recuperare tutto il contributo integrativo. Insomma, nessun «euro» di quanto dato alla cassa resta improduttivo di pensione

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