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Cisal: licenziare non dà crescita

del 22/12/2011
di: di Vincenzo Lucarelli
Cisal: licenziare non dà crescita
Altro che aumentare le imposte con le consuete, e facili, modalità di prelievo su pensioni, stipendi e salari. Alla Cisal non sfugge la linea di «una politica fiscale testardamente gravata sulle spalle dei soliti, basata sull'aumento delle imposte e che peraltro innesca un processo di recessione, così come è confermato da diversi segnali in corso». Queste le parole del segretario generale della Cisal, Francesco Cavallaro che prosegue: «Torna, ancora una volta, la storia di un'Italia malata grave. Come se il morbo, more solito, dipendesse dai cittadini, chiamati a pagarne il conto. Dall'attuale premier ci saremmo aspettati qualcosa di diverso dalle solite stangate e una maggiore ampiezza di vedute stante le grandi capacità professionali dell'intero esecutivo. Invece si affronta l'emergenza alla vecchia maniera, prelevando da un corpo sociale già reso anemico da pregresse manovre che sempre e comunque ha fatto onestamente il proprio dovere civico di contribuente».

La linea adottata dal governo ha spinto il sindacato a indire giornate di sciopero per manifestare il proprio dissenso rispetto alle scelte adottate che, come sempre, vertono su aspetti delicatissimi quale il sistema pensionistico e il prelievo fiscale. Commenta infatti il segretario: «Ad aumentare le tasse sono bravi tutti, ma non è certo questo che ci si attende da un governo che deve puntare alla crescita. Lo stiamo proponendo da tempo e in modo formale: se si vuole dare una reale scossa al sistema, occorre incentivare i consumi, dando la possibilità ai cittadini di disporre pienamente del loro reddito, consentendo loro di scaricare le spese e non costringendoli a pagare le tasse sulla parte di reddito che spendono. Si aumenterebbero così i consumi e si innescherebbe finalmente il contrasto di interessi, che oggi in tanti evocano, ma che noi già da tempo invochiamo. Solo così infatti è pensabile combattere efficacemente l'evasione fiscale e contributiva».

La Cisal, nelle parole del suo segretario, esprime contrarietà sulla tesi che la crescita, tanto auspicata, possa essere basata sulla libertà di licenziamento dei lavoratori e lasciata alla discrezionalità degli imprenditori. Prosegue Cavallaro: «Forse, a chi sostiene che l'articolo 18 sia il fulcro della questione, non è ben chiaro che ci stiamo avviando per una china molto pericolosa. Ci chiediamo infatti se per una piccola azienda del sud sia di maggior contrasto per la sua crescita l'esistenza dell'articolo 18 o piuttosto le infinite spese di trasporto delle merci, o la mancanza di infrastrutture, o la garanzia che lo stato controlli realmente il territorio».

Nel 2012 bisognerà affrontare la cantierabilità delle infrastrutture, in modo specifico nel sud d'Italia, lavorare sulla vendita del patrimonio immobiliare pubblico, degli interventi sulla banda larga e delle varie liberalizzazioni lasciate in sospeso.

Tutto questo, secondo la Cisal, merita l'apertura di una trattativa seria a tutto campo, se si vuole che il sindacato dia una mano e contribuisca a mantenere la coesione sociale, assolutamente indispensabile per corrispondere ai sacrifici di «un popolo di formiche», tanto per mutuare la metafora di un celebre saggio dello scrittore meridionale Tommaso Fiore. Un popolo non molto diverso da quello che lira su lira ha dato un contributo essenziale al miracolo economico italiano. E che ha continuato a mantenerne inalterato l'apporto nel tempo, se si pensa al prestigio di un made in Italy sempre più apprezzato anche nel mondo della globalizzazione.

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