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Risarcibile il partner gay

del 02/11/2011
di: di Adelaide Caravaglios
Risarcibile il partner gay
Con una pronuncia senza precedenti, il Tribunale di Milano, in composizione monocratica (Sezione penale, sentenza n. 9965 del 13 giugno 2011, depositata il 12 settembre), ha riconosciuto al convivente more uxorio omosessuale il diritto al risarcimento del danno per la perdita del compagno avvenuta a seguito di un incidente stradale. Dai fatti è emerso che l'uomo stava percorrendo l'autostrada quando è stato letteralmente investito da un'auto che viaggiava a velocità tale che l'imputato, il guidatore dell'altra vettura, per il mancato rispetto del limite di velocità, non è riuscito ad evitare lo scontro. Inutili i soccorsi: a seguito dell'impatto, il conducente dell'auto tamponata riportava gravissime lesioni che ne avrebbero determinato, di lì a poco, la morte. Nel giudizio, si costituiscono parti civili la madre e il convivente more uxorio, ai quali il Tribunale - con ciò, prendendo una posizione in netto contrasto con la «storica» sentenza della Corte Costituzionale (n. 138/2010) - riconosce il risarcimento dei danni (ex artt. 2059 c.c. e 185 c.p.) provocati dal comportamento illecito, «negligente e inosservante delle norme sulla circolazione stradale», dell'accusato: il diritto al risarcimento del danno da fatto illecito - si legge in sentenza - concretatosi in un evento mortale, va riconosciuto, con riguardo sia al danno morale sia a quello patrimoniale (il quale ultimo presuppone la prova di uno stabile contributo economico apportato in vita dal defunto al danneggiato), anche al convivente more uxorio del defunto stesso «quando risulti dimostrata tale relazione, caratterizzata da tendenziale stabilità e mutua assistenza morale e materiale». Secondo il giudice meneghino, anche la Suprema Corte ha riconosciuto risarcibile il danno derivante dalla sofferenza conseguente alla perdita della persona con la quale si condivideva la vita, la comunanza di intenti e di progetti «in una stabile relazione strumentale e di coabitazione», non collegandolo certo a un particolare status o sesso. Il che non deve, certamente, significare equiparare la convivenza omosessuale alla famiglia (né legale né di fatto), o tanto meno a un rapporto di coniugio foriero di precisi diritti e doveri riconosciuti dall'ordinamento.

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