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La riforma non ridurrà la pressione fiscale

del 19/10/2011
di: Valerio Stroppa
La riforma non ridurrà la pressione fiscale
La riforma fiscale non servirà a ridurre la pressione fiscale, bensì solo a stabilire con quali modalità aumentarla. Senza interventi sul fronte della spesa pubblica, alla luce delle fondamenta che sono state gettate, l'aggravio tributario su imprese e cittadini è inevitabile. Sul versante della lotta all'evasione, invece, il Fisco dovrebbe concentrare le proprie forze sul fare emergere ciò che non viene dichiarato, piuttosto che contestare e rideterminare i redditi denunciati. A parlare è Claudio Siciliotti, presidente nazionale dei commercialisti, intervenuto ieri in audizione presso la commissione finanze del senato. Il messaggio è piuttosto chiaro: alle condizioni attuali, anche la più auspicabile delle riforme non potrà far sì che le tasse scenderanno. Anzi, il contrario. «Ben 20 miliardi di euro di maggiori entrate messe a bilancio dal 2014 (4 miliardi nel 2012 e 16 miliardi nel 2013, ndr) sono in realtà una casella bianca che aspetta di essere riempita con una riforma fiscale che dovrà in buona sostanza compiere le scelte finalizzate al loro reperimento», osserva il presidente del Cndcec, «siamo i primi a rammaricarcene, ma è un dato tecnico oggettivo che non può essere sottaciuto». A parità di uscite, per conseguire un gettito aggiuntivo da 40 miliardi complessivi il carico impositivo gravante sui contribuenti non potrà che essere ritoccato verso l'alto. La pressione fiscale, secondo i dati tratti dai documenti di finanza pubblica predisposti dal governo e riproposti ieri dal Cndcec davanti ai senatori della VI commissione, supererà il 44% già a partire dal 2012. «Si potrà razionalizzare, semplificare e redistribuire il prelievo secondo criteri di maggiore equità», prosegue Siciliotti, «ma se non si pongono in essere altre manovre finanziarie che agiscano sul lato della spesa, recuperando lì i 4+16+20 miliardi già messi a bilancio previsionale, la riforma fiscale che andremo a varare non soltanto non potrà in alcun modo ridurre la pressione fiscale complessiva, ma anzi dovrà implicitamente definire le modalità del suo aumento».

Per quanto riguarda le proposte concrete, i commercialisti ripartono da quelle già messe a punto dal Consiglio nazionale col Manifesto per la riforma fiscale, diffuso nel novembre 2010. Tra i capisaldi lo spostamento della tassazione «dalle persone alle cose», l'abolizione dell'Irap, un aumento della tassazione sui redditi di capitale e incentivi fiscali alla capitalizzazione delle imprese. Non solo. Siciliotti ribadisce la validità delle osservazioni portate dal Cndcec alle riunioni del tavolo tecnico sull'economia non osservata, presieduto dal presidente dell'Istat, Enrico Giovannini (si veda ItaliaOggi del 19 luglio 2011). Tra queste, l'elevazione a rango costituzionale dello Statuto del contribuente e il c.d. «contrasto di interessi».

Infine, pur condividendo una seria politica di lotta all'evasione, Siciliotti esprime preoccupazione «a fronte delle sempre più roboanti dichiarazioni volte a rinvenire in essa il serbatoio principale cui attingere per sistemare i conti dello Stato». Come dire: bene l'attività di contrasto «finalizzata a ripristinare condizioni di equità sociale tra i cittadini», male invece «la mera attività di recupero di gettito, che vede il cittadino come controparte, anziché come azionista». Sul punto, il Cndcec auspica il potenziamento della componente investigativa. «Oggi questa attività ha una componente impiegatizia ancora troppo spiccata», conclude il presidente, «l'obiettivo deve essere quello di far emergere il sommerso, più che questionare, contestare e disconoscere ciò che viene dichiarato».

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