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Rapporti finanziari ma di qualità

del 06/10/2011
di: di Valerio Stroppa
Rapporti finanziari ma di qualità
Rapporti finanziari nel mirino del Fisco. Ma nell'esaminare l'esistenza di conti correnti, depositi titoli e delle altre operazioni oggetto di comunicazione all'Anagrafe tributaria conta pure la qualità e non solo la quantità. Sono molteplici, infatti, i casi di soggetti che si ritrovano censiti nell'enorme database a disposizione dell'amministrazione finanziaria per ragioni «professionali»: curatori fallimentari, commissari giudiziali, legali rappresentanti di società o soggetti delegati sui conti. Tutti operatori autorizzati o incaricati a movimentare denaro che non rientra tra le proprie disponibilità patrimoniali. Un aspetto, questo, che comporterebbe un'ulteriore fase di «scrematura» da parte degli 007 dell'amministrazione finanziaria rispetto all'elenco di soggetti estrapolati dalle centinaia di milioni di conti inclusi nell'Archivio dei rapporti finanziari, il cuore dell'Anagrafe tributaria. Luigi Magistro, direttore centrale accertamento dell'Agenzia delle entrate, ha ribadito che grazie alla specifica previsione introdotta dalla manovra bis in sede di conversione il Fisco rinnoverà la propria attenzione nei confronti di «quelle persone fisiche che risultano intestatarie di decine e decine di rapporti finanziari» (si veda ItaliaOggi di ieri). Uno strumento sicuramente incisivo, quello messo a disposizione dalla legge n. 148/2011: le rilevazioni e le comunicazioni obbligatorie da parte di banche, Poste, Oicr, sim, sgr ed enti assimilati non serviranno più soltanto in sede di indagine finanziaria, ma anche in fase di screening dei contribuenti. Chi detiene una moltitudine di rapporti finanziari riconducibili alla propria disponibilità e presenta una dichiarazione dei redditi non congrua, potrebbe essere chiamato a rispondere dall'Agenzia. Ma i casi particolari non mancano. «Tutte le volte in cui alle risorse personali di una persona fisica si sommano talune attività professionali si costituisce una pluralità di rapporti che, a prima vista, potrebbe far emergere un indice di anomalia», osserva Stefano Loconte, managing partner di Loconte&Partners, «per esempio nel caso del trustee, in capo al quale, ai sensi della disciplina Abi, possono essere aperti tutti i conti del trust». C'è poi anche un'altra ragione meno giuridica. «Non è infrequente il caso del cliente che non vuole far conoscere quanti soldi ha in banca», spiega a ItaliaOggi un avvocato specializzato in gestioni patrimoniali, «il quale, magari, spalma su conti correnti presso diversi istituti le sue disponibilità. Ciò per dire che non conta solo quanti rapporti siano riconducibili a ciascun codice fiscale inserito nella ricerca. Rilevano le consistenze. Per il Fisco è più interessante andare a verificare un soggetto che detiene dieci conti con un saldo medio di 10 mila euro o chi magari ne ha solo uno ma con cifre ben più elevate?».

Dalla lista selettiva elaborata tramite una query in anagrafe tributaria (esempio: «Contribuenti diversi dalle società che risultino censiti per più di 50 rapporti»), quindi, gli uomini dell'amministrazione finanziaria dovranno effettuare una successiva analisi per chiarire cosa sottende al numero di rapporti associato alle singole posizioni. E a seguito di questa ulteriore attività di intelligence quali-quantitativa, il Fisco si ritroverà in mano un criterio selettivo più efficace rispetto al passato per delineare il risk rating del contribuente. Si ricorda infine che, nel mettere in pratica ai maggiori poteri ispettivi concessi in deroga all'articolo 7 del dpr n. 605/1973, la manovra bis prevede il coinvolgimento delle associazioni di categoria degli operatori finanziari «in rapporto alle tipologie di informazioni da acquisire».

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