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Chi avuto di più faccia la sua parte

del 22/09/2011
di: di Luigi Carunchio presidente nazionale Ungdcec
Chi avuto di più faccia la sua parte
C'era una volta l'Italia da bere nella quale tra gli yuppie i giovani professionisti, in particolare i commercialisti, potevano vantare una loro appartenenza non marginale.

Sono passati 20/30 anni, ma sembra un secolo. In quegli anni è cominciata la folle corsa del debito pubblico passando tra il 1980 e il 1990 dal 60 al 100% sul pil. Esaurita la spinta dovuta all'incremento della spesa pubblica a tassazione costante e venuta poi meno, con l'euro, l'era delle svalutazioni competitive, il nostro Paese ha dimostrato di far fatica ad essere all'altezza delle difficili sfide che l'attendevano. In breve questa è la storia che ci ha condotto al difficile momento che stiamo attraversando. In quegli anni, nel 1986, la Cassa dei dottori commercialisti passava da un sistema contributivo, in quel momento fortemente penalizzante a seguito dei modestissimi versamenti effettuati dai colleghi, a un generoso sistema retributivo che rompeva il rapporto contributi/prestazioni. Nel sistema contributivo si versava infatti un risibile contributo fisso, cioè non legato agli andamenti reddituali, dal 1963 al 1969 Lit. 60.000, dal 1970 al 1983 Lit. 81.500, dal 1983 al 1986 (ultimo anno ante riforma) Lit. 960.000, così per un totale di circa Lit. 4.500.000 (in quasi 25 anni, importo che attualizzato non arriva a 25.000). Nel sistema contributivo però se si era versato poco si prendeva poco. La riforma del 1986 introdusse con un tratto di penna un rilevante deficit latente trasformando di fatto un sistema a capitalizzazione in un sistema a ripartizione che, come la classica catena di Sant'Antonio, faceva affidamento sulla crescita della categoria spostando sui futuri iscritti il deficit generato, fermo restando però che essendo allora la Cassa un soggetto di diritto pubblico, l'eventuale default avrebbe trovato copertura attraverso l'intervento dell'Erario.

La ciliegina sulla torta però arriva solo nel 1995 quando con il dlgs 509 viene previsto che una serie di enti previdenziali (tra cui la Cassa dei dottori commercialisti), fino ad allora con personalità giuridica di diritto pubblico, pùò trasformarsi in associazioni o fondazioni con personalità giuridica di diritto privato «a condizione che non usufruiscano di finanziamenti pubblici o altri ausili pubblici di carattere finanziario». Con questa norma, che accoglieva una pur legittima ambizione di autonomia delle categorie professionali, si spostavano di fatto e di diritto debiti latenti di quei sistemi pensionistici sulle future generazioni, considerato che lo Stato non se ne sarebbe più fatto carico. Certamente si era evitato il rischio di incorporazione nell'Inps, ma il prezzo di questa autonomia non lo dovevano pagare gli attuali iscritti, ma quelli futuri. A mitigare l'amarezza, e peraltro non di poco, rispetto ai «cugini» ragionieri sta il fatto che la Cassa dottori sotto il profilo della sostenibilità gode di buona salute grazie alle nuove iscrizioni, mentre la stessa cosa non si può dire per Cassa ragionieri che ha il deficit, ma registra una completa assenza di nuovi ingressi.

Insomma, la Cassa dottori ha il suo «parco buoi» (i giovani) per tirare il carro del debito e i ragionieri non lo hanno. È ovvio che l'Ungdcec abbia da sempre sostenuto che non può essere una fusione delle casse tout court la soluzione, in quanto questa caricherebbe un doppio deficit sui giovani dottori commercialisti, meno ovvio è che Cassa ragionieri abbia cercato di convincere il mondo oltre ogni ragionevolezza della sua sostenibilità e dei buoni motivi per fondersi con essa. D'altra parte francamente non c'è nessun dottore commercialista che potrebbe volontariamente aderire a una fusione con Cassa ragionieri senza un intervento dello Stato volto a ripianare il deficit che si è generato a seguito di provvedimenti a suo tempo scelleratamente avallati proprio da Parlamento e ministeri vigilanti, per cui ha anche poco senso cavalcare la «tigre identitaria» con il rischio che il naturale buon senso possa apparire all'esterno come una forma di miope egoismo. Peraltro aver concentrato dal 2004 ad oggi l'attenzione della categoria sullo spettro della fusione ha fatto perdere tempo prezioso e distolto l'attenzione, soprattutto dei giovani, dal problema principale che è l'iniquità intergenerazionale di questi sistemi previdenziali. Un problema di sistema si può risolvere in modo serio solo con soluzioni di sistema e con classi dirigenti consapevoli, non certo con i paraocchi, e che abbiano a cuore solo il bene della categoria, né tantomeno con scorciatoie politiche che condurrebbero a un complessivo default di entrambe le casse o a un insostenibile aggravio dei sacrifici delle già tartassate coorti dei giovani dottori commercialisti che al sistema della loro cassa già molto, troppo, hanno dato.

Venendo all'oggi non possiamo che prendere atto che questa crisi lascerà un Paese ben diverso in cui ogni prospettiva e contesto del passato non potranno più trovare spazio.

Di recente la Cassa dottori ha deliberato una miniriforma tesa a reintrodurre elementi di equità tra le generazioni attraverso il disallineamento dell'aliquota di computo dall'aliquota di finanziamento, secondo un criterio in base al quale viene maggiormente premiato chi ha più anni di sistema contributivo rispetto al periodo pro rata retributivo. Per quanto si sia cominciato ad andare nel giusto senso di un riaggiustamento in senso equitativo tra le corti di iscritti, tale sistema, a nostro avviso, dovrebbe essere corretto al fine di evitare che possano godere di questo sistema premiale, per quanto in forma affievolita, coloro che per il numero di annualità calcolate con il sistema retributivo tenderanno ad assorbire con i loro trattamenti pensionistici sia i contributi soggettivi versati che quelli integrativi, generando un deficit contributi versati e future prestazioni erogate: in quei casi già il sistema retributivo garantisce un più che congruo premio. La domanda è oggi però, vista la pesantezza di questa crisi, visto l'orizzonte assai fosco dell'economia italiana e quindi anche del mondo professionale, vista comunque la scarsa copertura che i futuri sistemi di welfare consentiranno, se non sia il caso di rimettere in discussione in modo serio anche i così detti diritti quesiti e acquisiti. L'attuale contributo di solidarietà è in questo senso una foglia di fico, ma non certo una decisiva soluzione al problema. Questa crisi ci porta a pensare che ciò che era vero ieri non possa esserlo oggi, che le pur ragionevoli, in altre epoche storiche, tesi giuridiche sull'affidamento delle prestazioni previdenziali, oggi debbano essere riviste proprio alla luce del criterio di uguaglianza tra le generazioni di italiani nel quadro di una crisi che sta sconquassando certezze che solo poco tempo fa apparivano ovvie e consolidate. Questa crisi restituisce formidabili disuguaglianze che necessitano di correzioni decise, scelte forti e coraggiose. Un interpretazione del dettato costituzionale che garantisse enormi disuguaglianze finirebbe con il tradire lo stesso spirito profondo della Costituzione repubblicana come pensata dai nostri Padri fondatori.

È evidente che queste considerazioni valgano per tutti i sistemi previdenziali e in generale di welfare del Paese, ma è anche vero che la responsabilità impone a ciascuno di noi di cominciare da casa propria.

Recentemente è stato licenziato il ddl Lo Presti che consente di destinare a montante parte del contributo integrativo. Riteniamo che l'opportunità offerta da questo norma debba costituire l'occasione, non solo per continuare sulla strada intrapresa con la recente miniriforma con le dovute citate correzioni, ma per rimettere in discussione in modo serio la struttura attuale del nostro sistema previdenziale per correggere le anomalie che la riforma conservatrice del 2003 introdusse e cioè le differenze troppo marcate tra le generazioni e il deficit francamente troppo elevato tra contributi versati e prestazioni erogate e promesse. Se la coperta è corta essa deve essere utilizzata per le fasce che vivranno maggiori difficoltà e non per i benestanti, questo è fare welfare e assicurare diritti, il contrario è perpetrare privilegi.

Se introdurre certi correttivi non potrà essere fatto mediante un provvedimento interno della Cassa, allora dovremo fare in modo che un'eventuale delibera dell'assemblea dei delegati, che incida in modo significativo su diritti quesiti ed acquisiti, riportando reale equità e non solo boccate di ossigeno, sia successivamente oggetto di una legge dello Stato, o meglio ancora che una legge consenta alle assemblee dei delegati delibere che contengano provvedimenti correttivi in senso fortemente equitativo. Del resto in una categoria nella quale su circa 5.700 pensionati, circa 2.800 sono ancora attivi e hanno redditi medi importanti (in molti casi superiori ai 100.000 euro) e nella quale più del 60% degli iscritti alla Cassa ha meno di 45 anni, ma produce meno del 30% del fatturato di categoria, mentre il restante è prodotto dalle corti meno giovani degli over 45, riteniamo vi sia spazio per seri interventi in senso equitativo, che incidano sul totem dei diritti acquisiti.

Se non avremo il coraggio di intraprendere questi ragionamenti il Paese non avrà un futuro, questo l'Ungdcec non lo può tollerare.

La crisi ha cambiato tutto, dobbiamo avere il coraggio di cambiare tutto correggendo gli errori del passato.

Qualcuno ci dice che non bisogna toccare le pensioni.

Mi verrebbe da rispondere: la mia generazione non le toccherà di sicuro. Non le sfiorerà nemmeno, se non decidiamo di cambiare i parametri

È il tempo della verità e della responsabilità chi non sta con noi è contro di noi, ma chi sta contro di noi sta contro il Paese e contro ogni elementare principio di giustizia senza il quale nemmeno esiste un sistema di Diritto e di Diritti degni di questo nome.

Il pensiero unico ci condanna tutti a un futuro di mediocrità.

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