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Salvo il lavoratore in fuga a fine turno

del 17/09/2011
di: Dario Ferrara
Salvo il lavoratore in fuga a fine turno
Basta la sospensione o addirittura la multa o l'ammonizione per l'operaio che in preda ai nervi se ne va a casa abbandonando il lavoro. Il dipendente troppo nervoso è graziato dalla contrattazione collettiva che non prevede l'abbandono del posto come giusta causa di recesso. È quanto emerge dalla sentenza 18955/11 pubblicata il 16 settembre 2011 dalla sezione lavoro della Cassazione.

Così, un datore di lavoro è stato costretto a reintegrare un suo dipendente in quanto il giorno successivo al misfatto il lavoratore si è reso conto del fatto e si è pentito assumendo un atteggiamento collaborativo. Non solo, ha dovuto pure risarcirlo del danno patito. Nella condotta pregressa del dipendente, per quanto «fumino», non emergono infatti precedenti disciplinari rilevanti. L'andare via sbattendo la porta è stata soltanto una mattana, attenuata dal fatto che il dipendente aveva quasi terminato la sua giornata di lavoro: per quanto biasimevole, la condotta del lavoratore insomma non configura la volontà di interrompere bruscamente il rapporto di lavoro. Né la sua «fuga» a fine turno può essere considerata una «grave insubordinazione» o una violazione dei doveri fondamentali tale da legittimare la sanzione espulsiva.

Il datore, poi, non aveva provveduto ad affiggere preventivamente il codice disciplinare fissato dalle parti nel contratto collettivo. La Corte d'appello, nella specie, ha desunto che l'affissione del codice disciplinare doveva considerarsi indispensabile: la condotta contestata al lavoratore, infatti, risultava posta in essere in violazione non di generali obblighi di legge ma di puntuali regole di comportamento stabilite in via negoziale; insomma: un codice di condotta funzionale al miglior svolgimento del rapporto di lavoro. Non è necessario provvedere alla affissione del codice disciplinare soltanto quando il comportamento sia immediatamente percepibile dal lavoratore come illecito, perché contrario al cosiddetto «minimo etico» o a norme di rilevanza penale: in tal caso il dipendente ben può rendersi conto dell'illiceità della propria condotta, anche al di là di una analitica predeterminazione dei comportamenti vietati e delle relative sanzioni da parte del codice disciplinare.

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