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Fatture false, pugno di ferro

del 07/09/2011
di: di Roberto Rosati
Fatture false, pugno di ferro
Pugno di ferro sulle false fatturazioni: chiunque, a fini di evasione fiscale, emette o utilizza fatture per operazioni inesistenti rischierà fino a sei anni di carcere, quale che sia l'importo. La revisione della manovra-bis, tra le varie modifiche al sistema penale-tributario, prevede infatti la soppressione della fattispecie delittuosa «minore» nel caso in cui il danno erariale sia contenuto.

Ai sensi dell'art. 2 del dlgs n. 74/2000, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o l'Iva, avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi passivi fittizi. Il fatto si considera commesso quando le fatture o i documenti per operazioni inesistenti sono registrati nelle scritture contabili obbligatorie, o sono detenuti a fine di prova nei confronti dell'amministrazione finanziaria. Specularmente, l'art. 8 dello stesso dlgs punisce con la medesima pena chiunque, al fine di consentire a terzi l'evasione delle imposte sui redditi o dell'Iva, emette o rilascia fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. L'emissione o il rilascio di più fatture o documenti fittizi nel medesimo periodo d'imposta si considera come un solo reato.

Per gli stessi reati, entrambi gli articoli prevedono poi, al comma 3, la minore pena della reclusione da sei mesi a due anni qualora l'ammontare degli elementi passivi fittizi (per l'ipotesi di utilizzazione) ovvero l'importo non rispondente al vero (per quella di emissione) non superi l'importo di 154.937 euro. Ciò, osserva la circolare del ministero delle finanze n. 154 del 4 agosto 2000, al fine di adeguare la sanzione all'entità del danno arrecato all'erario, in quanto l'assenza di qualsiasi soglia di rilevanza della condotta delittuosa implica che il reato possa consumarsi anche per fatti comportanti indebiti risparmi d'imposta (o più propriamente evasione) di lieve entità.

L'emendamento alla manovra-bis interviene proprio sulla fattispecie appena descritta, abrogando le disposizioni del comma 3 degli articoli 2 e 8. Venendo dunque meno l'ipotesi della tenuità del danno, che attualmente comporta l'applicazione di una pena edittale pari ad un terzo di quella ordinaria, i reati in esame saranno puniti con la reclusione da un anno e mezzo a sei anni indipendentemente dall'entità dell'evasione realizzata o consentita.

Occorre ricordare che l'inesistenza dell'operazione può estrinsecarsi sia sul piano oggettivo che su quello soggettivo: è infatti lo stesso art. 1 del dlgs n. 74/2000 a chiarire che per fatture o altri documenti per operazioni inesistenti si intendono non solo quelli emessi a fronte di operazioni in tutto o in parte fittizie, oppure per importo del corrispettivo o dell'Iva superiore a quello reale, ma anche quelli che riferiscono l'operazione a soggetti diversi da quelli effettivi (tipico il caso dell'interponente nelle cosiddette frodi carosello all'Iva).

In merito agli elementi oggettivi richiesti per la configurazione dei reati in questione, secondo la circolare n. 154/2000, tra gli «altri documenti» di cui parla la legge possono ricomprendersi, ad esempio, l'autofattura, divenuta sempre più frequente nel settore dell'Iva (si pensi ai subappalti in edilizia, agli acquisti di beni o servizi da soggetti esteri), la ricevuta fiscale, gli scontrini fiscali, le schede carburante, le note di variazione di cui all'art. 26 del dpr 633/72.

Per quanto concerne il reato dell'art. 2, la stessa circolare precisa che, per la sua configurazione, è richiesta la presentazione della dichiarazione dei redditi o dell'Iva (non rileva invece l'Irap) contenente l'indicazione di elementi passivi fittizi, risultanti dai predetti documenti o fatture: pertanto «la mera utilizzazione» di fatture o documenti per operazioni inesistenti non integra l'ipotesi di reato. Va evidenziato che, ai sensi dell'art. 6 del dlgs n. 74/2000, il reato in esame non è punibile a titolo di tentativo, mentre l'art. 9, lett. b), esclude, per lo stesso reato, la punibilità a titolo di concorso nel reato di emissione di fatture fittizie. Sul punto, la corte costituzionale, chiama a pronunciarsi circa la possibile disparità di trattamento tra la condotta di emissione di fatture fittizie, che l'art. 8 sanziona come delitto consumato, e quella di annotazione delle stesse fatture nella contabilità, che è invece penalmente irrilevante ove non sia seguita dalla presentazione di una dichiarazione fraudolenta, con la sentenza n. 49/2002 ha dichiarato inammissibile la questione, ritenendo non censurabile sotto il profilo costituzionale la scelta adottata dal legislatore.

Occorre sottolineare, ancora, che per la configurazione di entrambi i reati degli artt. 2 e 8 è richiesto il dolo specifico dell'evasione fiscale: più precisamente, della finalità di evadere le predette imposte, anche conseguendo rimborsi indebiti (per l'ipotesi di utilizzazione in dichiarazione), ovvero di consentire a terzi l'evasione (per l'ipotesi di emissione). Il reato tributario non sussiste, quindi, nel caso in cui la documentazione fittizia non sia stata confezionata per scopi di evasione fiscale, ma per altre ragioni (ad esempio, accesso al credito bancario).

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