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Nell'urna l'origine della débâcle

del 06/09/2011
di: di Francesco Ninfole
Nell'urna l'origine della débâcle
I tassi italiani sono di nuovo in una zona ad alto rischio, dopo un'altra giornata di forti tensioni sui mercati. Ma quanto accaduto ieri è solo la coda di una lunga corsa iniziata tre mesi fa, subito dopo le amministrative. La tornata elettorale, che ha segnato una pesante sconfitta per il centrodestra di Silvio Berlusconi, ha spaccato la maggioranza rendendo meno credibile l'azione di governo: ai mercati, prim'ancora delle singole misure, interessa la capacità di un esecutivo di raggiungere gli obiettivi promessi. Sicché a cavallo di maggio la fiducia nel Paese ha cominciato a sgretolarsi. Per un mese gli investitori si sono mossi con cautela, iniziando gradualmente a chiedere tassi più alti per i Btp acquistati. Ma in quella fase, invece di inviare segnali di unità il governo italiano si è diviso (in particolare sul tema fiscale) e non ha saputo dare le garanzie necessarie. Così la speculazione internazionale, dopo aver fiutato l'osso in giugno, è partita all'assalto in luglio, facendo schizzare i titoli di Stato su livelli mai visti dall'introduzione dell'euro. A inizio agosto la scossa più fragorosa, con i tassi volati oltre il 6%. L'intervento Bce ha stemperato le tensioni, ma il tempo guadagnato sembra ora finito, considerando i rendimenti dei Btp toccati ieri (5,5%).

Come è accaduto che i mercati abbiano voltato le spalle alla terza economia europea, mettendo da parte i punti di forza riconosciuti del Paese (risparmio privato, ricchezza delle famiglie, solido mercato immobiliare, capacità di gestire il debito)? La cartina di tornasole della fiducia verso un Paese Ue è, come noto, lo spread tra Btp e Bund decennali. Leggendo il grafico in pagina, la storia dell'ultimo anno e mezzo è fatta di balzi e balzoni. Il primo è stato nel maggio 2010, ma in quel caso si è trattato dell'effetto-Grecia, che ha fatto svanire l'illusione che tutti i Paesi dell'Eurozona potessero mantenere uno spread ridotto rispetto ai Bund. La crisi di Atene ha portato il differenziale italiano (che fino ad allora si era mantenuto sulla fascia 80-100 punti base) oltre quota 178 (8 giugno 2010). Nei 12 mesi successivi, tuttavia, lo spread ha oscillato tra 120 e 180, ma non ha mostrato mai segnali di cedimento, ovvero di un'impennata vorticosa in grado di compromettere la sostenibilità del debito. La svolta arriverà a metà maggio 2011. Venerdì 13, vigilia del primo turno delle amministrative, lo spread era a quota 153, una zona di assoluta sicurezza. Soltanto sette giorni dopo il livello era già salito a 172: era la prima avvisaglia. Quel giorno i mercati, assieme agli altri problemi dell'Eurozona, mettono in agenda un rischio in più: la possibilità che una vittoria del centrosinistra in Italia possa rendere ancora più fragile la maggioranza, già poco salda di suo. Un esecutivo che non ha la forza per governare, come detto, è il principale timore dei mercati.

E non è certo un caso che Standard & Poor's sabato 21 maggio abbia rivisto l'outlook sul rating italiano a «negativo»: proprio perché «l'impegno politico per riforme che aumentino la produttività sembra incerto». L'agenzia di rating quel giorno aggiunge che «il potenziale stallo politico potrebbe contribuire a un rilassamento nella gestione del debito pubblico. Come risultato, crediamo che le prospettive dell'Italia per ridurre il debito siano diminuite». Il ministero dell'Economia prova a rassicurare i mercati: «Non c'è rischio di paralisi politica, l'economia tiene, il governo sta preparando i provvedimenti mirati a rispettare l'obiettivo del pareggio di bilancio per il 2014», che in quel momento era il traguardo prefissato dal governo con l'Europa.

Lo scenario paventato da S&P diventa però più concreto a fine maggio, quando si concretizza la debacle del centrodestra alle amministrative. Giuliano Pisapia batte Letizia Moratti e trionfa a Milano, roccaforte del centrodestra. Per Berlusconi è una dura sconfitta. Sin dalle prime battute dopo le elezioni è evidente la contromossa del premier: fare leva sul fisco per recuperare consensi. Per Berlusconi diventa «il primo punto in agenda». E a Tremonti, garante dei conti italiani con l'Europa, in quei giorni il premier manda un chiaro messaggio: «Non è lui che decide. Lui propone». Le tensioni sul Btp sono in rialzo (176 punti è la chiusura il 31 maggio), ma ancora non esplodono, sicché una larga fetta della maggioranza insegue il miraggio di un intervento sul fisco.

A giugno però si è fatta più decisa l'impennata degli spread. Il 12 giugno per il centrodestra è arrivata un'altra sconfitta al referendum. E il 18 giugno, dopo S&P, anche Moody's ha messo sotto osservazione il rating italiano. Così il 23 giugno, per la prima volta dall'introduzione dell'euro, il divario Btp-Bund ha sfondato quota 200: il giorno successivo ha toccato un nuovo picco a 214. Ma ogni record è stato poi battuto a luglio.

Sul versante esterno, ha continuato a crescere il costo del debito nell'Eurozona. Sul fronte interno, le tensioni sulla manovra si sono fatte sempre più forti.

L'8 luglio (spread a 244), in un'intervista a Repubblica (poi smentita dal premier: «è stata soltanto un'amichevole conversazione»), Berlusconi ha detto: «Sulle tasse andiamo comunque avanti. Abbiamo cercato soprattutto di non mettere le mani nelle tasche degli italiani». E la manovra messa a punto da Tremonti? «Lui è preoccupato dei mercati, lo capisco. Ma io gli ricordo sempre che in politica il fatturato è composto dal consenso e dai voti. A lui il consenso non interessa, a noi sì. Quindi, fermi restando i saldi, noi la manovra la cambieremo in Parlamento». I mercati però non hanno perdonato i segnali di incertezza. Il Btp ha iniziato a correre a ritmi senza precedenti: l'11 luglio ha superato quota 300 e il 18 luglio ha chiuso a 332. L'Italia ormai era sotto l'attacco dei mercati. Dopo qualche seduta di ripiego, la nuova decisiva impennata è partita il 21 luglio, giorno del vertice europeo che ha aumentato la flessibilità del fondo salva-Stati Efsf, senza però aumentarne le risorse. Non c'è stato più argine alla corsa degli spread, che il 4 agosto ha chiuso a 390 punti, dopo aver superato anche quota 400. Un livello di massima allerta: in termini assoluti, il Btp a dieci anni ha sfiorato il 6,2%, a un passo da quel 7% giudicato da molti come soglia dell'insostenibilità del debito. Anche la Bce, dopo qualche esitazione, è stata obbligata a intervenire, ottenendo in cambio la promessa del pareggio di bilancio anticipato al 2013. Grazie agli acquisti da Francoforte, il divario con il Bund è ritornato per qualche giorno sotto 300 punti. Nessuno, da quel momento, ha messo più in dubbio la gravità della situazione e anche Berlusconi ha rinunciato al dogma del «mettere le mani nelle tasche degli italiani». Ma l'accordo sull'entità della manovra non è stato accompagnato da un'intesa nella maggioranza sulle misure. E così ieri, nonostante la Bce, lo spread è risalito a 371 punti base.

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